La Capratica di Pan. O dell’uomo che espiantava gli alberi

di Simone Di Biasio

C’è stato un tempo in cui i nomi erano alberi e gli alberi erano nomi. Driade. Driade dei Boschi. Driade dai boschi. Nonna Concetta la raccontava come una giovane donna lucente dai capelli lunghissimi raccolti in trecce simili a rami che prorompevano in chiome. Ho ancora, da qualche remota parte della memoria interna-esterna del mio telefono un vocale registrato attraverso Whatsapp in cui riposa la voce di nonna Concetta, come da un’Ade in cui può ancora parlare, da cui torna a raccontare una storia di amore e morte. In fondo era una driade anche Euridice, che in quel luogo è per sempre restata dopo uno sguardo di troppo, intrappolata dal sentimento di lui. Driade, che etimologicamente significa albero, quercia, una ninfa viva di linfa. Le driadi popolavano i boschi, e come alberi, loro abitanti e loro radici, erano raffigurate, in un inestricabile rimando tra il mutare delle forme naturali e la vita che in esse scorre continua e perlopiù invisibile. Il sacro dell’antico, che irrorava tutte le cose. Le Amadriadi, driadi speciali, persino si animavano e morivano insieme all’albero. Era un’Amadriade pure Siringa, la ninfa che nelle Metamorfosi di Ovidio cerca di sfuggire al semidio Pan, un essere silvano dall’aspetto diabolicamente ancestrale che viveva i giacigli offerti dalla natura montana, spinto da una grande passione verso le splendide ninfe che laggiù dimoravano. Pan è la natura tutta. Pan è panico cosmico. Pan è sacro. Così il poeta latino racconta quell’incontro:

«Pan vide costei che tornava dal colle Liceo, e, col capo recinto di ispide fronde di pino, le disse queste parole…”. Restava da riferire le parole e raccontare come la ninfa, sorda alle preghiere, fuggisse per le forre finché non giunse al placido, sabbioso fiume Ladone; e come qui, impedendole il fiume di proseguire la corsa, pregasse le acquatiche sorelle di trasformarla; e come Pan, quando credeva ormai di averla presa, stringesse al posto del corpo di Siringa, un ciuffo di canne palustri, e si mettesse a sospirare: e allora l’aria vibrando dentro le canne produsse un suono delicato, simile a un lamento, e il dio incantato dalla dolcezza di quella musica mai prima udita disse: “Ecco come continuerò a parlarti!”, e saldate tra loro con cera alcune cannucce di diseguale lunghezza, mantenne allo strumento il nome della fanciulla: Siringa.» (Ovidio, Metamorfosi, libro I)

Nel 1930 lo scrittore francese d’origini italiane Jean Giono pubblica un saggio dal titolo La presentazione di Pan, mai tradotto in italiano. Lo scopro mentre dalla libreria sfilo, dopo una ricerca non brevissima condotta attraverso quella memoria visiva insostituibile quando i dorsi si perdono nell’ordine e nel caso, L’uomo che piantava gli alberi. Mi aveva regalato questo smilzo libretto un caro amico, una persona che stimo per mitezza e cultura. Al centro del racconto è un uomo semplice, senza cultura, Elzeard Bouffier, che il narratore incontra vagando per le lande deserte della provenza: un essere mite, e silenzioso, come si addice a chi vive in solitudine, a chi trascorre la maggior parte del tempo e delle giornate in compagnia del proprio gregge di pecore, felice dopo molto dolore per la perdita dell’unico figlio e della moglie. Pan si era ricongiunto con la natura che gli aveva strappato ogni senso nella morte di tutti i suoi affetti. Il nocciolo della questione è presto detto: quest’uomo «da tre anni piantava alberi in quella solitudine. Ne aveva piantati centomila. Di centomila, ne erano spuntati ventimila. […] Aveva pensato che quel paese sarebbe morto per mancanza d’alberi». E così i fiumi erano tornati a scorrere. E le ninfe tornate nelle linfe. Le genti avevano ripopolato le terre.

La notizia circolava da qualche tempo, come una storia difficile da credere – specie in questo tempo “visibile”: non una testimonianza video, una foto. Così l’altro pomeriggio sono andato a vedere di persona. Quanti? Dieci? Venti? Non importa. Un’intera fila di pini domestici marittimi è stata completamente sradicata per lasciare spazio ai lavori per un parcheggio nei pressi della località di mare nota come “Capratica”. Un altro nome panico: forse dal latino capraricus, luogo di capre. Un tempo lì avranno brucato certamente greggi, un tempo forse non così lontano, magari ancora nei primi anni Cinquanta. Pan era spesso raffigurato come metà uomo e metà capra. Non dirò una parola – una, manco il nome, sulla bocca di tutti come lo scempio in oggetto – sull’attività balneare del Salto di Fondi che si trova in fondo a quella strada che porta al mare su cui convoglia una folta utenza di bagnanti e che indiscutibilmente avrà contato un ruolo importante nella decisione della recisione. Altri diranno, tutti già sanno. L’intento, come si può leggere anche sui cartelli del cantiere, è di “riqualificare l’area” con la creazione di posti auto e di un “Parco”. Un Parco dove il parco c’era già naturalmente, e dove nessun uomo è stato parco nel suo dovere di sterminatore. È giusto chiamare le cose con il proprio nome. Curioso che nelle stesse mitologie dei Pan e delle Siringhe, delle Driadi e delle Amadriadi, le Parche fossero divinità legate alla nascita, dispensatrici del fato, coloro che fissano per gli uomini il tempo dell’azione e il tempo della morte. Parca è “colei che non perdona”.

Oggi, al contrario di quanto ancora si può incontrare su Google Maps – la mappa non è il territorio, la rappresentazione già non è più la realtà – laggiù non c’è più niente. Residui di radici, pezzi morti, resine colate e strappate su tronchi la cui base è grande almeno nove o dieci volte la mia mano, la mano di un adulto. Ho strappato alcuni pezzi di quella inguardabile e insopportabile e inutile recinzione arancione per superarla e andare a vedere. Respirare. Tirare un calcio al cartello dei lavori in corso. Come uno scemo che vuole fare un dispetto, il nano che sbatte contro la pancia del gigante, ho preso uno dei pomelli rossi sopra i pali di ferro per scagliarlo contro il segnale stradale temporaneo. Una scena patetica che non dovrei nemmeno raccontare. Una rabbia che non so raccontare senza perdere e ritrovare continuamente la lucidità come un equilibrio. Un posto che non si cura non tanto di un albero, ma che non si cura di avere un albero per ogni sacrosanta, legittima, comprensibile costruzione umana, è un posto che torna a essere polvere. Il sole scalderà quelle macchine fino a renderle polvere prima del tempo. Guardateli gli altri pini sparpagliati qua e là: taluni hanno le chiome a ombrello sferzate dal vento che paiono urlare strenua resistenza. Alcuni hanno duecento anni, vivevano da due secoli. Creature altissime ponte tra gli azzurri, d’una bellezza naturale iconica per i nostri paesaggi mediterranei, in questa striscia di terra e sabbia un tempo palude – e sottratta alle paludi anche grazie a piante come quelle oggi espiantate – in cui andrebbero venerate le Dune sopravvissute alla nostra indifferenza come semidee fragili e immortali. Ma noi non siamo immortali, noi siamo esseri immorali. Oggi esistono leggi che puniscono taluni nostri comportamenti animali contro gli animali, ma non esiste ancora una legge che punisca un tale eccidio naturale, una specie di piccolo invisibile suicidio panico, un vero e proprio arboricidio. Questo posto – il luogo in cui sono nato, in cui torno, in cui vado al mare, in cui entro al bar, in cui parlo la mia lingua – ha succhiato dagli alberi tutto. Agli alberi deve tutto! Alle portuaglie, agli aranci, per esempio questo posto deve l’abbrivio della ricchezza, una ricchezza oggi sfrontata, perché tanto le portuaglie nuove, quelle tarocco – si chiamano così, nomen omen – chissà da dove vengono: nessuno se lo ricorda. Gemmano forse dai materiali di risulta? Maturano dai marciapiedi di cemento assolatissimi? Cadono dagli Spritz? Uh, gli Spritz! Come ci sta bene quella fettina di portuaglia ficcata dentro per sentire meglio l’addore e il sapore all’ora del sunset. Mi piacciono tanto gli spritz, pure a me. Ma tanto le portuaglie più portuaglie stanno a marcire per terra. Non sto denunciando niente di nuovo, e qualcosa che a molti parrà ridicolo. Ai più parrà risibile questa rabbia: la diranno la rabbia del perdente, la rabbia di chi non può niente, può solo scrivere di miti, di Eden perduti. Nessun Eden perduto: sono nato anch’io in un tempo in cui i frutti non crescono più spontanei e senza fatica dagli alberi. Una terra che non sa che tutto – Pan, lo avete studiato il greco? Non importa – viene dalla terra e che tutto perciò merita rispetto, ogni essere, i visibili come gli invisibili, gli spiriti come i mercanti, gli alberi come gli uomini, è una terra senza coltura, senza cultura. Era una delle strade del cuore quella via di Capratica, sembrava scendere direttamente dal cielo al mare, e quei pini parevano il corrimano a cui aggrapparci mentre correvamo alla spiaggia, l’ombra che ci dava riparo in una terra aggredita da un caldo che taglia il respiro in certi giorni d’estate. «Essere altruisti come alberi | che soffrono sotto il sole | e fanno ombra sugli altri»: l’ha scritto Umeed Ali, poeta pakistano che per anni ha solcato le nostre spiagge tentando di venderci una collana o un bracciale perché i suoi libri di poesia non se li comprava nessuno. L’ombra oggi non c’è più: se non teniamo un’ombra, vuol dire che non esistiamo.

Driade fu uccisa nel 1907 da un pastore di Fondi, perché non aveva ricambiato il suo amore: fu bruciata viva in una capanna di paglia dove viveva insieme ad altre tre persone dall’uomo che diceva – ma non parlava – di amarla. Secondo la leggenda in quel punto non è mai cresciuto più di qualche sparuto filo d’erba. Non eravamo molto lontani da Capratica. Così scriveva il poeta Libero de Libero nel romanzo Amore e morte che voleva non solo ricostruire quella vicenda, ma innescare narrativamente altri fuochi, altre passioni, altre pulsioni che dovranno pure essere raccontabili, domate dalla parola e della letteratura: 

«Laggiù s’incontrano le cose più disparate, che di solito nell’universo stanno disposte secondo una regola di clima. (…) Laggiù il cipresso fa da recinto all’arancio; la palma sconfina tra le capellature dei salici; l’ulivo si contorce attorno all’eucalipto; la vite si strappa dal ficodindia; e tra gli uni e gli altri stanno mescolati pioppi e querce, tutte le specie d’albero da frutto, la specie d’ogni verdura (…). Per essere germoglio di tale natura, la gente non potrebbe essere diversa; generosa e tracotante, taciturna e spaccona; spietata nel far soffrire gli altri non lo è di meno nel far soffrire sé stessa; prontissima all’ira, nella sua rara allegria resta tanto di quell’ira che è una malinconica ira, e impedisce la piena del riso. I fiumicelli perenni che irrorano ogni zolla, talvolta ristagnano fomentando la malaria, allora la febbre inasprisce il sangue alla gente, e i suoi pensieri diventano pesanti, crudeli le passioni, i desideri struggenti. Spesso la Morte viene laggiù da giustiziera, e non da consolatrice degli afflitti. Quella gente ha una concezione impietosa della vita e dell’amore, e gli scioglimenti di quegli intrighi sono così assurdi».

Ma tanto pure Libero de Libero è stato da tempo espiantato, sradicato, fisicamente cancellato – per fortuna non letterariamente. Ma tanto chi se la ricorda quella dedica a Fondi che correva lungo la circonferenza dell’anfiteatro cittadino, proprio dove – guarda il caso – fin quasi venti anni fa si ergeva una pineta nel bel mezzo del centro urbano? Per aver denunciato quest’altra indelicatezza, non merito più manco il saluto. Il timore è che non la pianterete. E scambierete ancora la coltura per qualche cosa di diverso e distante dalla cultura, ignorando quanto siano intimamente avviluppate come la pianta al frutto. Buona estate.

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