Huxley e Orwell alla prova della realtà occidentale

di Valerio Iannitti

“La nostra epoca si abbandona al demone della velocità, ed è per questo motivo che dimentica tanto facilmente sé stessa. Ma io preferisco rovesciare questa affermazione: la nostra epoca è ossessionata dal desiderio di dimenticare, ed è per realizzare tale desiderio che si abbandona al demone della velocità.”

(M. Kundera, La lentezza).

Se il Novecento ci ha insegnato a temere il manganello e il XXI secolo a diffidare dell’indifferenza, la cronaca recente ci costringe, oggi, a fare i conti con entrambi. La storia ha smentito l’illusione che la violenza fosse, per lo meno in Occidente, un reperto del passato, lasciandoci sospesi tra la distopia della coercizione di Orwell e quella dell’apatia di Huxley. In Occidente, la visione di quest’ultimo è sembrata per un periodo prevalere sull’altra, ma allo stato attuale, quale delle due prevalga, è spesso solo una questione di prospettiva.

Nella tabella seguente si sintetizzano le caratteristiche principali dei due modelli, quello tracciato da Aldous Huxley ne “Il mondo nuovo” (pubblicato nel 1932), e quello del più inflazionato capolavoro di George Orwell (del 1948).

CaratteristicaModello Huxleyano (Il Mondo Nuovo)Modello Orwelliano (1984)
Metodo di ControlloSeducente: si basa sul piacere, sul consumo e su stimoli infinitiCoercitivo: si basa sulla paura organizzata e sulla disciplina
Ruolo della guerraÈ un elemento del passato: si fa riferimento ad una devastante “Guerra dei nove anni” che ha portato al crollo della vecchia civiltà. È il trauma originario che giustifica la nuova organizzazione socialeÈ un elemento del presente, permanente e necessaria a fini di un controllo economico, psicologico e politico. L’obiettivo non è vincerla, ma continuarla. È il meccanismo quotidiano del potere totalitario.
StrumentiDistrazione, intrattenimento costante, assenza di dolore  Sorveglianza, propaganda, riscrittura del linguaggio (tramite l’uso della “neolingua”) e nemico interno
Reazione del CittadinoApatia  Conformismo e sottomissione dovuta alla profilazione di massa e alla sicurezza  
Effetto sulla LibertàLa libertà viene ceduta volontariamente in cambio del piacereLa libertà viene sottratta forzatamente in nome della paura
Contesto di Usostabilità sociale e benessere apparenteCrisi perenne, emergenza e guerra  

In entrambi i modelli c’è un personaggio positivo. Nella distopia di Huxley, il “selvaggio”, confinato in una riserva. In 1984, Winston. Di seguito, le loro caratteristiche principali:

CaratteristicaJohn (Il mondo nuovo)Winston (1984)
Origine della ribellioneLa difesa della dignità e dei sentimenti.La ricerca della verità e del passato.
Strumento di lottaLa letteratura e la castità.La scrittura e la memoria.
Nemico principaleIl piacere vuoto e la droga (soma).Il dolore e la tortura fisica.
Risultato finaleSconfitto spiritualmente (suicidio, dopo che viene distrutta la sua integrità morale: la morte è l’unico modo per sottrarsi a un mondo che lo aveva trasformato in un “fenomeno da baraccone” per il divertimento delle masse).Sconfitto mentalmente (ama il tiranno a seguito di lavaggio del cervello).

La fase huxleyana: distrazione, piacere, apatia politica

Per almeno vent’anni, a partire dal crollo dell’URSS (troppo presto definita, in modo roboante e frettoloso, come “fine della storia”, da Francis Fukuyama), l’Occidente ha iniziato a somigliare sempre più al Mondo Nuovo di Huxley. Non c’era bisogno di repressione visibile: bastavano stimoli infiniti, un accesso continuo al consumo, una vita più comoda che conflittuale. I social hanno esacerbato questa tendenza.

“L’informazione è cresciuta più velocemente della cultura. In questo senso la propaganda ha più chance di prima”, disse il cantautore francese Georges Brassens. L’intelligenza artificiale, ora, apre nuovi e preoccupanti scenari per la post verità.

Smartphone come protesi emotiva, piattaforme che anticipano i desideri, serie infinite in streaming, intrattenimento che riempie ogni spazio: il “soma”, la droga del libro di Huxley, non è più una pasticca, ma un ecosistema di distrazione, e la vacanza rischia di assumere il senso di svuotamento neuronale, di vuotezza di pensieri, il che rende difficile mantenere l’attenzione necessaria per costruire progetti politici di lungo respiro.

Il capitalismo digitale, come lo ha chiamato Shoshana Zuboff, ha sostituito il Grande Fratello con un algoritmo: non ti costringe, ti seduce. È il trionfo della “datocrazia”, che può tornare utile alle grandi aziende quando vogliono profilare il consumatore ma – peggio ancora – torna ben valida anche per i regimi autocratici (e non) per trovare e reprimere il dissenso, e favorisce la polarizzazione estrema e il confronto politico vissuto come derby calcistico.

La fase orwelliana: disciplina, propaganda, sorveglianza

La pessima gestione del sistema dell’accoglienza che ha fatto seguito al crollo del regime di Gheddafi a seguito di uno sciagurato intervento militare a guida soprattutto angloamericana e francese, ha consegnato parte degli immigrati nelle mani della criminalità e ha portato, inevitabilmente, a far crescere l’insicurezza e a premiare i partiti di destra che, almeno a parole, si sono opposti all’ “invasione” o, come di recente, si sono detti favorevoli a una forma di deportazione chiamata “remigrazione”.

Nel 2016 l’elezione di Trump e la Brexit hanno segnato un ulteriore forte cambio di passo. Poi, dal 2020, il cambiamento ha subito una accelerazione impensabile. La pandemia ha riportato nel vocabolario quotidiano concetti scomparsi in tempi di pace: limiti alla mobilità, certificazioni obbligatorie, controllo sanitario diffuso, disinformazione punita.

La guerra in Ucraina ha aggiunto: armamenti, sanzioni, retoriche di unità nazionale, modifica dei confini morali del discorso ammesso, sospetto verso opinioni “fuori linea” e, soprattutto, l’esaltazione della logica del “se vuoi la pace, prepara la guerra”. In Europa, fatta eccezione per la grave crisi della ex Jugoslavia, non c’eravamo più abituati.

Il conflitto a Gaza ha accelerato ulteriormente la polarizzazione, mettendo al centro la gestione politica della narrazione. Per la prima volta dal secondo dopoguerra, pende su un Paese occidentale l’accusa di genocidio, che nello stesso tempo si sta verificando anche ai danni della popolazione non araba del Darfur, già duramente colpita a inizio del secolo in corso.

L’attacco degli Stati Uniti al Venezuela, in disparte ogni considerazione sul regime sudamericano, rappresenta l’ennesima palese violazione del diritto internazionale. La violentissima repressione delle proteste in Iran, di entità non ancora chiara ma ad ogni modo sull’ordine delle migliaia di vittime, pone di fronte all’interrogativo di non facile risposta: come essere al fianco di quella popolazione, senza finire, per l’ennesima volta, per aumentare il caos.

L’indice di democraticità dei Paesi, redatto annualmente dall’Economist, mostra una diminuzione della democrazia nel mondo.

In questo scenario di erosione del diritto internazionale, si fa largo in questi giorni l’ipotesi di modelli di gestione post-conflitto affidati a entità come un possibile “Board of Gaza”: una sorta di ONU privata o autorità tecnocratica. La sovranità politica verrebbe così definitivamente sostituita da una “governance” privatizzata per soli super-ricchi, dove il cittadino non è più un soggetto di diritti, ma un’utenza da gestire in un perimetro di controllo totale. Al riguardo, una risposta di tutto punto è arrivata nel meeting di Davos dal premier canadese Mark Carney, che ha invitato le “medie potenze” a collaborare, per non soccombere alla logica del più forte.

All’improvviso, dunque, sotto il velo di leggerezza huxleyano, ha iniziato a imporsi un’infrastruttura pronta per una versione, magari un po’ attenuata, di 1984. Vale la legge del più forte, senza ipocrisie e senza il fastidio del rispetto del diritto internazionale, ossia quel tentativo delle Nazioni di darsi delle regole per una pacifica convivenza.

In questo contesto si manifesta l’altro volto della distopia, ossia quello di Orwell, che immaginava il potere come paura organizzata con riscrittura del linguaggio, controllo dell’informazione, designazione del nemico interno, guerra permanente come orizzonte mentale.

Nel XXI secolo molto di ciò avviene senza bisogno di totalitarismi formali: censura algoritmica indiretta, penalizzazioni invisibili del discorso, profilazione di massa giustificata dalla sicurezza: il nostro smartphone ci intrattiene e, al tempo stesso, ci traccia.

Italia: l’instabilità come sistema

E l’Italia? L’Italia sembra un microcosmo di questa fusione di logiche. Non manca una forte propensione alla distrazione collettiva: scandali a rotazione, polemiche rituali, disillusione rispetto ai grandi ideali, politica vissuta sui social con tifo da stadio, partecipazione reale minima (con l’eccezione delle manifestazioni di piazza per Gaza nei mesi scorsi, non a caso innescate senza necessità di leader politici – salvo che qualcuno abbia poi voluto metterci il cappello sopra, ex post – e disinnescate, poi, da una tregua tutta da verificare).

Non mancano gli elementi orwelliani, come la personalizzazione del potere e del dissenso, i talk show come campi di rieducazione, le emergenze continue (immigrazione, ordine pubblico, conti pubblici).

La cifra nazionale resta la crisi permanente, gestita più come spettacolo che come politica. Il risultato è che i cittadini oscillano tra cinismo e paralisi, dimenticando che la democrazia non è automatica. La disillusione rafforza la voglia di uomo solo al comando. La Storia insegna cosa solitamente segue a quel modello.

Europa: tecnocrazia tranquilla, potenza ansiosa

L’Unione Europea somiglia a un sistema huxleyano per struttura: decisioni tecniche, governance lontana dalle masse, fiducia nel mercato più che nelle identità.

Ma ogni emergenza la spinge verso strumenti orwelliani:

  • durante la pandemia ecco il green pass e la sospensione della libertà di movimento;
  • dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina abbiamo un confine est militarizzato e una narrativa ufficiale da cui è difficile discostarsi senza essere tacciati di simpatizzare con il nemico;
  • in tema di migrazioni, abbiamo deroghe ai principi fondamentali del diritto umanitario.

La UE vive una contraddizione profonda: normalmente mercato, sotto pressione fortezza. In entrambi i casi, gran parte della popolazione si sente, a ragione, fuori dal progetto. Un progetto che pure, a voler competere con le grandi potenze, rimarrebbe imprescindibile, ma al costo di rinunciare a parti di sovranità nazionali e contando su personalità politiche di spessore, in grado di ribadire i principi che hanno fatto parlare del continente come della “culla delle civiltà” (qualcuno, altrove, dissentirà).

Un’Europa divisa e debole, tuttavia, fa comodo tanto alla Russia quanto agli USA e alla Cina. Non c’è da complottare, perché è scritto negli atti di think tank ultraconservatori che da più di vent’anni attaccano l’Unione Europea in convegni e dichiarazioni pubbliche. Questa attività non è solo politica, ma rappresenta una vera e propria operazione orwelliana di riscrittura del senso comune: attraverso la produzione di narrazioni specifiche, si prepara il terreno culturale per lo smantellamento delle istituzioni sovranazionali. Tale strategia trova oggi terreno fertile con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca (da sempre vicino alle posizioni di tali think tank), il quale utilizza questa “infrastruttura di pensiero” per dare forza ai movimenti nazionalisti europei, trasformando la frammentazione dell’UE in un obiettivo strategico dichiarato. Le mire sulla Groenlandia spaccano le destre europee, tra quelle che decidono di essere patriottiche “a casa loro”, distanziandosi anche ferocemente dagli Stati Uniti, e quelle che preferiscono l’adesione incondizionata al leader d’Oltreoceano.

Stati uniti e Trump: laboratorio della distopia pendolare

Gli USA mostrano con più chiarezza la dinamica a due volti.

In tempi ordinari: libertà consumata come identità personale, Big Tech che padroneggia la psicologia pubblica, Big Pharma che allunga i tentacoli ovunque può, divertimento come collante nazionale.

In momenti di tensione: polarizzazione estrema, discredito delle istituzioni, realtà parallele costruite dai media di parte.

II ritorno di Trump ha accentuato la curva orwelliana: controllo identitario del discorso pubblico, nemico interno come leva politica, stato d’eccezione retorico permanente, linguaggio pari a quello di un bambino delle elementari. L’aver portato la logica woke agli estremi e la cancel culture, di certo, non hanno aiutato, e hanno costituito, anzi, terreno fertile per l’ideologia MAGA.

Conclusione: viaggio dentro la doppia distopia

E quindi, adesso, a volerla semplificare, abbiamo più Huxley o Orwell? Probabilmente avevano ragione entrambi, ma su aspetti diversi dello stesso meccanismo. La vera novità del presente, a quanto pare, è che viviamo in un sistema in cui Huxley e Orwell non si alternano ma coesistono:

  • quando la società è stabile prevale Huxley: intrattenimento, passività, delega totale;
  • quando la società va in crisi, ecco Orwell: sorveglianza, disciplina, conformismo imposto.

La sfida oggi non è difendere diritti già scritti nelle costituzioni, ma riattivare la cittadinanza, restituire peso allo spazio pubblico, educare alla complessità e al dubbio, sottrarre attenzione a chi la monetizza e la arma.

Huxley ci avvertiva che avremmo rinunciato alla libertà in cambio del piacere. Orwell che ce l’avrebbero tolta in nome della paura.

Noi viviamo in un mondo dove queste due forze si alimentano a vicenda: distrazione nell’ordinario, disciplina nell’emergenza.

E l’unica via d’uscita è ricordare che tra Huxley e Orwell esiste ancora uno spazio vuoto: quello della politica democratica consapevole. Sta a noi riempirlo, prima che lo facciano altri, tentando una sorta di “riattivazione della cittadinanza”.

Cosa può significare, oggi, riattivare la cittadinanza? Innanzitutto, probabilmente, reclamare il possesso del proprio tempo e della propria attenzione. Se la distopia huxleyana si nutre di impulsi e quella orwelliana di paura, la risposta democratica risiede nella lentezza del pensiero critico e nella ricostruzione di corpi intermedi che non siano semplici camere d’eco algoritmiche.

Non basta “connettersi” (azione meccanica e spesso passiva), ma occorre “associarsi” (azione attiva e “umana”). E trasformare lo sdegno digitale, volatile e solitario, in un impegno civico concreto che riporti i bisogni reali al centro del dibattito, sottraendoli alla logica dell’emergenza perenne o dell’intrattenimento di massa. Nella speranza che non sia troppo tardi, e avendo come ostacolo un moltiplicatore di potenza come l’intelligenza artificiale, che rischia di estremizzare la fase huxleyana nel privato per preparare il terreno alla fase orwelliana nel pubblico, eliminando lo “spazio vuoto” di cui sopra.

Reclamare il possesso del proprio tempo può significare dunque rifiutare questa amnesia collettiva, sottraendo la nostra attenzione a chi la monetizza o la arma, per tornare finalmente ad abitare quello spazio vuoto della politica consapevole.

La buona notizia è che si può fare. La cattiva, è che viviamo in un sistema produttivo che ce lo impedisce in ogni modo.

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