di Valerio Iannitti

Genova, venti anni dopo. Cosa si può dire? Occorre sicuramente parlarne ancora perché non accada di nuovo, perché il futuro dipende anche dalla coscienza e conoscenza del passato (“La memoria è un ingranaggio collettivo e per restare in movimento ha bisogno di ognuna e ognuno di noi”)[1], perché i ventenni di ora probabilmente non hanno idea di cosa accadde, e probabilmente nemmeno tanti di coloro che erano adulti nel 2001, perché c’è un filo rosso che passa da Genova ed arriva a Santa Maria Capua Vetere. Perché è importante preservare la basi di uno Stato di diritto.

Di cose ne sono state dette tante, qui si cercherà di metterne in fila qualcuna, partendo da alcune storie individuali per poi riavvolgere il nastro e parlare di chi erano i manifestanti, come e quanto sia stata fallimentare la gestione dell’ordine pubblico di quei giorni, delle questioni aperte e di dove sia finito ciò che resta del movimento semplicisticamente battezzato come “no global”.

Due premesse forse scontate:

a. sposare le parole dell’attuale capo della Polizia e dire l’ovvio, ossia che “Il G8 fu una catastrofe”, in alcun modo vuole mettere in discussione il lavoro quotidiano in contesti anche assai complicati che quotidianamente le forze dell’ordine sono chiamate a svolgere. Anzi, proprio coloro che svolgono il loro lavoro al servizio della Nazione, credo, dovrebbero essere i primi a non tollerare ciò che accadde a Genova, in quanto molti sono stati a loro volta vittime di quella gestione;

b. condividere ancora le sue parole ed affermare che “un’infinità di persone, incolpevoli, subirono violenze fisiche e psicologiche che hanno segnato le loro vite” , non significa automaticamente condividere le idee di quel movimento, ma pretendere che i più basilari diritti e le più basilari libertà non vengano violati in modo continuativo e criminale da parte dello Stato in un Paese democratico.

Le persone

Arnaldo Cestaro, Sara Gallo Bartesaghi, Mark Covell, 4.383 giorni dopo aver vissuto l’inferno, nel 2013, sono tornati in quel luogo, la ex scuola Diaz. Furono tre delle decine di vittime innocenti della gestione scellerata del G8 del 2001 e, in particolare, dell’incursione notturna nella scuola, probabilmente la pagina peggiore.

Arnaldo Cestaro, classe ’39, nel 2001 aveva 62 anni. Vive nella provincia di Vicenza, comunista vecchia maniera. Ha la quinta elementare e per lavoro (o “per sopravvivere”, come dice lui) si è occupato di raccolta di ferro vecchio e di peli di maiale per fare spazzole. Era (ed è) convinto, il signor Arnaldo, che con la cultura e la partecipazione si può riscattare la propria posizione. Per quel motivo si recò a Genova insieme ad altre centinaia di migliaia di persone. Dopo il corteo del 21 luglio decise di rimanere nel capoluogo ligure per visitare, l’indomani, una persona di sua conoscenza; non sapeva dove dormire, ma incontrò una signora che lo indirizzò verso la scuola Sandro Pertini, già scuola Diaz e chiamata ancora da molti col vecchio nome. Quando iniziò la “macelleria messicana” dormiva. Ricorda così quello che accadde intorno all’una di notte: “Hanno sfondato il cancello con il defender e poi sono entrati. Sembrava peggio della Gestapo, pensavo fossero i black bloc, invece era la polizia. Mi hanno rotto dieci costole, una gamba, un braccio, e avevo una testa così”. Fu poi trasferito all’ospedale in stato di fermo. Nel frattempo le forze dell’ordine provvedevano alla perquisizione della sua abitazione. Quando tornò a casa le sue condizioni erano ancora gravi: testa gonfia e sedia a rotelle. Arnaldo Cestaro è stata la persona più anziana pestata dalla polizia nella scuola Diaz[3].

    Arnaldo Cestaro dopo aver vinto il ricorso alla Corte di Strasburgo
(fonte: Rainews)

Sara Gallo Bartesaghi aveva invece 21 anni, era di Lecco, studiava all’Accademia di Brera di Milano, e i genitori preferirono lasciarla andare a Genova senza accompagnarla, ché ormai era grande. Ci andò con un’amica, in modo indipendente, senza appoggiarsi ad alcun gruppo o associazione. Arrivò con qualche giorno di anticipo, dormì allo stadio Carlini, ma dopo il concerto di Manu Chao decise di trasferirsi a dormire alla Scuola Diaz. La sera del 21 luglio, una volta che la seppero nella scuola, i genitori si sentirono finalmente sollevati. L’indomani vennero invece a sapere che Sara era stata arrestata. Manganellata nella scuola Diaz, messa a suo dire provvidenzialmente sotto braccio da un poliziotto che tentava di placare gli altri, finì quindi nella caserma improvvisata di Bolzaneto. Raccontò di ore in piedi braccia al muro, subendo spray al peperoncino, minacce, botte, con la possibilità di andare in bagno ma con la porta aperta e solo dopo aver attraversato le “forche caudine” di manganelli ancora in azione. Si ritenne fortunata e una tra quelle trattate meglio, aiutata dall’assenza di tatuaggi, piercing o rasta[4].

Mark Covell, giornalista inglese, dalla Diaz uscì in coma e ci rimase 14 ore. Tornato in quella scuola per un’iniziativa con gli studenti, riporta ciò che accadde: «Io sono una delle 93 persone che si trovavano alla Diaz. Vedendo arrivare le camionette ho provato a raggiungere il mio computer nell’edificio davanti per scrivere quello che stava accadendo. Ma i poliziotti mi hanno fermato in strada e mi hanno aggredito per tre volte; mi hanno fratturato la mano sinistra e otto costole che hanno perforato un polmone; per i calci sul volto ho perso 16 denti. (…) Pensai: sto per morire». Seguirono anni in cui la fecero da padrone lo stress post traumatico e due esaurimenti nervosi.

Manifestanti escono dalla scuola Diaz
(fonte: Corriere della Sera)

Ancora. Lorenzo Guadagnucci, giornalista de Il Quotidiano nazionale, arrivò a Genova la mattina del 21 luglio. Trovò ospitalità la sera nella scuola Diaz. Si addormentò subito. Venne risvegliato di lì a breve e malmenato e rimase a terra nelle pozze di sangue lasciate dai manifestanti (urlavano “mamma, mamma!”). “Nessuno poteva venirti a salvare, la polizia era già lì, era la polizia che stava facendo tutto questo[5].

Rita Sieni, laureata in Storia dell’arte, sassarese ora sulla soglia dei sessanta anni, racconta: “Facevo la massaggiatrice e stavo per aprire uno studio tutto mio. Invece sono tornata a casa con un tendine della mano sinistra rotto e tutto è diventato più complicato perché non potevo più fare il mio lavoro”. Aveva fratture anche alla mandibola e per un mese ha potuto mangiare solo pappette. La battaglia giudiziaria si è chiusa nel 2007, 6 anni dopo: “Non ho ottenuto giustizia perché nessuno dei poliziotti che mi ha massacrato ha pagato per quello che ha fatto. Ma almeno ho avuto un risarcimento in denaro”. Trentamila euro, pagati dal Ministero dell’Interno. “A partire da quel denaro ho rimesso in piedi la mia vita finita in pezzi. Dopo 6 anni in apnea ho cominciato la risalita che mi ha portato lontano dall’Italia”. A Cordoba, in Argentina.[6]

Daniel Albrecht, 21 anni, studente di violoncello a Berlino, fu colpito così violentemente che dovettero operarlo per fermare l’emorragia cerebrale. Fuori dall’edificio – ricorda – i poliziotti tenevano i manganelli al contrario, usando il manico ad angolo retto come un martello.

Lene Zulhke, 24 anni, e il compagno Niels Martensen, furono tra gli ultimi ad essere presi. Lui fu trascinato fuori e picchiato da una decina di poliziotti posti a semicerchio. Lei si nascose in bagno ma fu trovata, trascinata fuori per i capelli, colpita ovunque, testa compresa, fin quando non ha sentito collassare la gabbia toracica. Rimessa in piedi, ebbe una ginocchiata all’inguine. Poi fu scaraventata per le scale a testa in giù e trascinata all’ingresso, dove c’erano prigionieri immersi nel loro sangue e nei loro escrementi, poiché alcuni avevano perso il controllo dello sfintere. Fu gettata su due corpi che sembravano senza vita. Un braccio non le si muoveva e gli altri arti si muovevano convulsivamente. Un gruppo di poliziotti le passò accanto e le sputò in faccia.[7]

Il movimento e i black bloc

In un mondo dove in tanti utilizzano posti pubblici a fini privati, apprezzo chi utilizza tempo e denaro privati per fini pubblici. Per questo, a maggior ragione, provo molta stima per chi era lì, a far parte del “primo movimento di massa della storia che non chiede niente per sé, vuole solo giustizia per il mondo intero”[8]. Per questo dopo venti anni provo rabbia per come andò a finire e per l’inerzia politica che ne seguì. Non si tratta per forza di sposare le idee o di sposarle nella loro totalità: si possono ovviamente e legittimamente non condividere, e tra chi le condivide qualcuno le ha tacciate di essere utopiche. Probabilmente almeno in parte lo sono, ma non è questo il punto. Quelle persone erano in piazza per far valere i diritti di altri. Le persone che subirono violenza erano quasi sempre assolutamente incolpevoli.

Ma chi c’era, in piazza?

A protestare contro il G8 (un forum politico tenutosi dal 1997 al 2014, che riuniva i governi degli otto “grandi della Terra”: Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito, Russia e Stati Uniti) c’era una eterogenea quantità di persone che venivano genericamente ricondotte al movimento cosiddetto “no global” (da “no al global forum”), o “popolo di Seattle”. Quest’ultima denominazione deriva dall’importanza che le manifestazioni ebbero nel 1999 nella città americana. In quell’occasione si assistette anche ad una novità rilevante: mentre fino ad allora nel corso dei G8 si organizzava una sorta di contro-forum ad opera della società civile, a Seattle veniva messa in discussione, in occasione di un vertice dell’Organizzazione mondiale del commercio, la stessa legittimità dei maggiori leader mondiali a dettare l’agenda del mondo. Un’altra novità fu rappresentata dal fatto che la polizia spesso lasciò i black bloc liberi di devastare la città, salvo poi accanirsi con in manifestanti pacifici: triste presagio.

Corteo a Seattle nel 1999 (fonte: Corriere della Sera)

Il movimento era mosso da istanze prevalentemente ecologistiche (erano anche “figli di Chernobyl”, contrari a sommergere il mondo di rifiuti, agli allevamenti intensivi e all’agricoltura su larga scala, favorevoli alle energie rinnovabili)[9], contrarie alla globalizzazione così come si andava realizzando, antiliberiste. Senz’altro, vi era tra i partecipanti anche un ampio “disincanto nei confronti della politica tradizionale (…) riluttante o incapace a difendere il bene comune[10]. I mezzi di informazione generalmente li definivano “antiglobalizzazione”, ma gli attivisti preferivano dirsi “movimento per la giustizia globale”.[11]

Tra gli ispiratori ideologici del movimento, sicuramente si possono annoverare Naomi Klein (sue le aspre critiche alle multinazionali con il libro “No logo” che, per dirne una, spinse i Radiohead a girare l’Europa in tenda per evitare strutture sponsorizzate dalle multinazionali)[12] e Noam Chomsky. Anche economisti come Joseph Stiglitz, benché non ne facciano parte, finiscono per orientarlo.

Il movimento in Italia contemplava organizzazioni di vario tipo che prevalentemente erano politiche (di sinistra), ambientaliste, religiose, femministe, antiliberiste; vi erano centri sociali, la rete Lilliput ed altri gruppi ed organizzazioni ancora, coordinati tramite il Genoa Social Forum[13], avente come portavoce nazionale Vittorio Agnoletto.

E poi c’erano i già citati black bloc. Chi sono?

Con questo termine si indica più che altro un modo di stare in piazza. A queste modalità di azione aderisce un gruppo internazionale di persone che si associano in rete, senza piattaforma politica, senza capi, organizzate in modo paramilitare (tra le altre cose l’abbigliamento quasi esclusivamente nero). Nato in Germania occidentale ad inizio anni Ottanta, e poi sviluppatosi negli Stati Uniti all’inizio degli anni Novanta, è composto da persone che non la pensano allo stesso modo su tutto ma hanno alcune idee in comune.

I black bloc ritengono che il problema della polizia non sussiste quando compie abuso di potere, ma che la sua stessa esistenza costituisca abuso di potere; alcuni ritengono accettabile aggredire fisicamente la polizia e molti credono nella rivoluzione armata. Rifiutano di considerare violente le loro azioni, quali spaccare una vetrina o un bancomat: una ragazza che ha scritto ad un giornale statunitense in modo anonimo affermava che “usare la parola violenza per descrivere la rottura delle vetrine di un negozio della Nike fa perdere significato alla parola. La Nike fabbrica scarpe con prodotti chimici tossici in paesi poveri sfruttando i lavoratori. Poi li vende a prezzi enormemente gonfiati ai bambini neri poveri del primo mondo. Secondo me, questo significa togliere risorse alle comunità povere di entrambe le parti del mondo” e aggiungeva il proprio dispiacere per il dipendente sottopagato della Nike che dovrà ripulire tutto.

Il movimento è ampiamente criticato da sinistra in particolare perché scredita gli altri manifestanti e perché è caratterizzato dal volto coperto.

La ragazza di cui sopra replica sul primo punto che le azioni di protesta hanno risalto mediatico molto più quando si provocano danni che non quando tutto avviene senza problemi e sul secondo punto che, poiché compiono atti illegali, devono evitare di essere riconoscibili.

Quanto al primo punto, non è sottacibile che le loro azioni abbiano rilievo mediatico, basti vedere l’aumento della frequentazione di siti quali Indymedia e Infoshop, nonché delle pagine Facebook.

La ragazza conclude senza nascondere i dubbi sulle proprie modalità di protesta, ma con la convinzione di continuare a farlo.[14]

Il black bloc può considerarsi figlio di “un’epoca di rivolte caratterizzata da una crisi di legittimità politica, dall’austerità e dalla militarizzazione della polizia”, accostata da alcuni esperti italiani al terrorismo degli anni di piombo e da altri al terrorismo islamico, benché ultimamente, ad eccezione di alcune cellule italiane e greche (le Cellule di fuoco, che conta attualmente parecchi esponenti in carcere), sembra che molti terroristi abbiano  abbandonato la lotta armata e finiscano per essere coinvolti, ad esempio, nella causa curda contro l’ISIS o convocati da sindacati brasiliani in difesa delle terre degli indigeni[15].

La scelta della sede: Genova

Tanti furono a prendere parte alle manifestazioni nel G8 di Genova all’interno di gruppi o organizzazioni del tipo di quelli sopra riportati, o anche recandosi in città individualmente. L’ultimo giorno si contarono almeno trecentomila persone.

L’opzione Genova risaliva al dicembre del 2000 e all’allora governo presieduto da Massimo D’Alema che lasciò, a partire dalla immediata vigilia del forum, l’11 giugno 2001, le redini al II Governo Berlusconi.

Già la scelta della sede, tanto per iniziare, sollevò molti dubbi per le caratteristiche topografiche della città che avrebbero potuto complicare eventuali dispersioni di manifestanti. Ma fu solo la prima di tante scelte sbagliate.

I principali fatti

Si arrivò al luglio 2001 con la tensione derivante anche dagli importanti scontri avvenuti nel corso delle manifestazioni di marzo (a Napoli) e di giugno (a Goteborg) dello stesso anno.

Il clima era tutt’altro che sereno anche perché le informative dei servizi segreti parlavano, tra l’altro, di minacce di Osama Bin Laden (allora pressoché sconosciuto in Italia) che avrebbe potuto colpire tramite la diffusione di un virus, nonché di lancio di sangue infetto e frutta contenente lame da parte di manifestanti. Agnoletto parlò, a questo proposito, di “strategia della tensione” in stile anni di piombo.

Manu Chao e Don Andrea Gallo in occasione del G8 di Genova (Fonte: Today.it)
  • 19 luglio

Nonostante ciò il primo giorno filò via liscio: settantamila persone, canti, balli, colori, cortei per gli immigrati, poi la sera il concerto di Manu Chao. Tra gli spettatori, lo stesso Alfonso Sabella, che durante il G8 di Genova del luglio 2001 fu a capo del servizio ispettivo del Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia e responsabile delle carceri provvisorie di Bolzaneto e San Giuliano. Dirà che per lui è importante mantenere separati la vita lavorativa e quella privata.

  • 20 luglio

È il giorno in cui i manifestanti, in modo già concordato con le forze dell’ordine, avrebbero dovuto violare la zona rossa con pochi elementi, in modo simbolico, per poi uscire[16]. Invece la situazione precipitò. La piazza che sarebbe spettata ai Cobas venne presieduta dai black bloc, che diedero fuoco ai cassonetti, devastarono bancomat, per poi spostarsi verso il carcere di Marassi, dove lanciarono molotov, assaltarono il portone del carcere, infine si dileguarono di fatto indisturbati. Non si è mai capito perché i black bloc non siano stati contrastati a dovere. Sta di fatto che a Marassi poi verrà inviata la squadra del Dott. Mondelli dei Carabinieri (a capo di 4 plotoni, 200 carabinieri, 19 blindati, 4 autovetture), che non arrivò mai a destinazione, dove infine arriverà, tardi, un’altra squadra[17].

Poche decine di black bloc si infiltrarono anche nei cortei pacifici, ancora una volta dileguandosi indisturbati.

Il corteo pacifico fu invece attaccato per ore dai carabinieri, senza autorizzazione (il Testo Unico di pubblica sicurezza prevede che i carabinieri debbano essere autorizzati da un funzionario di polizia prima di decidere una carica)[18], continuativamente (diversamente da quanto accade solitamente, con attacchi di alcuni minuti), senza via di fuga[19], anche con blindati, come non accadeva dal 1975[20].

Era l’inizio dell’irreparabile. I partecipanti subirono violenze anche quando inermi,  per mezzo di armi non in dotazione. Andava concretizzandosi di fatto il rischio Heysel. Le reazioni dei manifestanti furono per molti versi inevitabili di fronte ai gas lacrimogeni e al caos totale.

L’epilogo che si tenne di lì a poco fu quello rappresentato dal fermo immagine di un ragazzo con un estintore in mano, foto che non racconta granché di quanto accadde prima e delle responsabilità del casus belli. E da un ulteriore fermo immagine: quello stesso ragazzo a terra, esanime. Il ragazzo in questione, è noto, era Carlo Giuliani, 23 anni, e rimase a terra colpito da un colpo di pistola sparato dal carabiniere Mario Placanica (a sua volta per molti versi vittima di quegli eventi)[21], 21enne, che si trovava su una camionetta rimasta bloccata da un cassonetto e assaltata dai manifestanti. Non bastasse ciò, per due volte un mezzo dei carabinieri passò sul suo corpo.

Mario Placanica è stato indagato per omicidio e poi prosciolto dalla giustizia italiana e da quella europea avendo agito per legittima difesa. La Corte europea dei diritti dell’uomo, alla quale la famiglia Giuliani aveva fatto ricorso[22], ha accolto la ricostruzione italiana in merito ai fatti specifici della morte, benché criticando la gestione dei sistemi di sicurezza attorno al vertice da parte dell’Italia. Per tali motivi, inizialmente la Corte dispose un risarcimento di 40.000 euro ai familiari di Giuliani a carico dello Stato italiano. La stessa Corte ha infine assolto lo Stato Italiano con sentenza definitiva nel 2011[23].

Placanica, in congedo dal 2005, disse nel 2006: “I superiori ci dicevano di stare attenti, ci raccontavano che ci avrebbero tirato le sacche di sangue infetto. Ci dicevano di attacchi terroristici. La sensazione era come se dovessimo andare in guerra”. E in una intercettazione: “Io mi sono sentito male a vedere tutte quelle cose… tutte quelle ragazze prese a botte, tutti pieni di sangue… non sai quante lacrime ho buttato perché ho visto femmine sfondate, capi spaccati”.

Il giorno seguente il New York Times, in prima pagina, si chiederà perché le forze dell’ordine italiane avessero proiettili veri e non di gomma come a Seattle e perché in prima linea ci fossero giovani di leva come il militare che ha sparato e ucciso[24].

Carlo Giuliani pochi istanti prima di morire (fonte: Fanpage)
 Carlo Giuliani a terra senza vita (fonte: TPI)
  • 21-22 luglio

Fin dalle prime ore del mattino del 21 luglio iniziarono ad arrivare ancora manifestanti, delle più diverse provenienze. Per quanto i DS avessero  preso le distanze, molti dei loro elettori sfilarono nei cortei. Nuovamente i black bloc infiltrarono il corteo e non sempre i manifestanti riuscirono ad allontanarli. Di nuovo la polizia anziché caricare i black bloc, subito defilatisi, caricò il corteo con gas e manganelli. Solo una parte del corteo arriverà a piazza Ferraris per il comizio finale, mentre circa duecentomila persone rimarranno bloccate dalle cariche della polizia e dalla paura. Sull’asfalto rimase nuovamente tanto sangue[25].

La vergogna maggiore si verificò però in tarda serata, nella scuola Diaz, quando centinaia di poliziotti irruppero dentro con i manifestanti che ormai dormivano o si preparavano a farlo, manganellando e prendendo a calci chiunque. Ciò che accadde emerge in alcune delle storie riportate all’inizio.

 “Se tu sei aggredito da qualcuno chiami la polizia, ma se è un poliziotto ad aggredirti tu chi chiami?[26]

Arriveranno, alla fine, 38 ambulanze ad accogliere una processione di barelle e ragazzi che si sostenevano l’un l’altro.

I giornalisti, nell’immediato, furono lasciati liberi di entrare nella scuola, liberi di vedere il sangue e ciò che restava del pestaggio. I segni della “notte cilena” vennero testimoniati liberamente, quasi a ulteriore dimostrazione di forza ed impunità.

Secondo Sabella una delle possibili spiegazioni di quell’irruzione è che dopo la morte di un antagonista sembrava necessario screditare tutto il movimento[27].

Il vicequestore Michelangelo Fournier parlò di “macelleria messicana”.

Nella adiacente scuola Pascoli vi erano le sedi del team legale, di Indymedia Italia e di Radio gap, una radio vicina ai movimenti. Quella stessa sera, la polizia sfondò la porta di Radio gap che stava raccontando[28], dalla vicina scuola Pascoli, l’incursione nella Diaz, interrompendo le trasmissioni. Inoltre, perquisiranno il team legale.

La narrazione iniziale da parte della polizia fu che le ferite dei manifestanti risalivano a scontri del pomeriggio ed esibirono a giustificazione del blitz una serie di oggetti utilizzabili come armi e due bombe molotov. Verrà fuori che gli oggetti in gran parte provenivano da un cantiere interno alla scuola e che le molotov erano state portate nella scuola dalla polizia stessa, che le aveva trovate altrove nel pomeriggio (senza tener conto che – come afferma Sabella – quand’anche fossero appartenute a dei singoli manifestanti, in alcun modo avrebbero autorizzato un pestaggio generalizzato).[29]

Non era ancora tutto.

Con la Diaz, infatti, non erano ancora finiti i problemi dei manifestanti. Il “piano Amato” (criticato da Sabella) prevedeva infatti la possibilità di arresti preventivi per coloro cui sarebbero stati trovati addosso oggetti pericolosi. Inoltre, si prevedeva la chiusura delle carceri e il trasferimento dei futuri arrestati fuori regione. Non potendo arrestare persone senza prima averle immatricolate, si fece una fictio iuris utilizzando come caserme provvisorie San Giuliano e Bolzaneto[30]. E proprio a Bolzaneto, dove furono portati gli arrestati della Diaz, si consumarono ulteriori abusi e torture ai danni degli arrestati in spregio alle più elementari garanzie di uno stato di diritto. “Uno due tre, viva Pinochet” era solo uno dei ritornelli che gli arrestati hanno testimoniato di aver ascoltato a Bolzaneto e che rende l’idea del clima di quelle ore.

Tutti i manifestanti arrestati quella notte furono poi scagionati. Rimasero solo danni fisici e, ancora di più, psicologici spesso irreversibili. Tra loro non c’era alcun membro del black bloc.

Conseguenze politiche e giudiziarie

Il crudo bilancio finale del G8 parla di 6200 candelotti di lacrimogeni e 20 colpi di pistola sparati dalle forze dell’ordine, 50 miliardi di lire di danni, 250 persone arrestate, 1200 feriti di cui 273 nelle forze dell’ordine, un morto. Le polemiche erano inevitabili.

Il vicepresidente del consiglio Gianfranco Fini, all’indomani del vertice, prese subito la parte delle forze dell’ordine, che avrebbero operato in legittima difesa. Massimo D’Alema parlò di violenze della polizia di tipo fascista e rappresaglie di tipo cileno.

Un comitato parlamentare di indagine sui fatti di Genova riuscì a mettere nero su bianco che “la linea scelta dal Governo Berlusconi e l’azione delle Forze dell’ordine sono state, sul terreno dell’ordine pubblico, certamente positive”[31].

Lascia sconcertati l’assenza dell’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta, che pure era nel programma della coalizione di centro-sinistra del 2006 ma che non vide mai la luce, anche a causa dell’opposizione del leader dell’Italia dei Valori, Antonio di Pietro[32].

Scontri a Genova, 2001 (fonte: Open)

Com’è potuto accadere?

Si può dire che ci siano tre atteggiamenti rispetto a quelle vicende: quelli che potremmo chiamare “negazionisti”, che ritengono che tutto filò liscio; coloro che parlano di errori; altri che, infine, ritengono che ci fosse una strategia chiara acciocché le vicende andassero in un certo modo.

Secondo la tesi degli errori, durante il G8 ci sono state, ad esempio, in dotazione armi sbagliate, a partire dal tipo di gas lacrimogeni e di manganelli del tipo tonfa. A ciò si aggiunga la mancanza di lucidità dovuta alla situazione complicata. Non va dimenticata poi la situazione di enorme stress che coinvolgeva la polizia, arrivata a Genova tra allarmi di ogni tipo e sul posto vittima, tra l’altro, anche del forte caldo di piena estate, coperti com’erano per far fronte agli scontri. Ma può bastare? Con i soliti gas, i soliti manganelli e agenti più sereni sarebbe andato tutto liscio? Probabilmente un’altra spiegazione è la confusione nella catena di comando, affidata a esperti uomini di fiducia del Capo della Polizia De Gennaro.

Ma per alcuni non è ancora sufficiente come spiegazione, e si sostiene che alla base ci sia stata una precisa strategia. Tra questi, ad esempio, Claudio Giardullo, Segretario Generale SILP-CGIL della Polizia di Stato, propone infatti una spiegazione più inquietante: in vista anche di un probabile “autunno caldo”, era bene dare un segnale repressivo forte e delegittimare le manifestazioni di protesta, sulla scia delle altre grandi manifestazioni che avevano preceduto Genova.

Sul fatto che anche dal corteo che avrebbe dovuto essere pacifico alcune persone abbiano finito per attaccare gli agenti, alcuni, come lo stesso Berlusconi, hanno colpevolizzato gli organizzatori del Genoa social forum (che per mezzo di esponenti come Luca Casarini alla vigilia avevano rilasciato tutt’altro che felici dichiarazioni – quali “Vi dichiariamo guerra” – che potevano considerarsi come un’autorizzazione ad utilizzare la violenza) mentre altri, come Agnoletto, hanno affermato che era l’inevitabile reazione all’attacco da parte dei Carabinieri.

Tra i misteri, restano quelli del perché nessun black bloc sia stato arrestato, nonostante le informative dei servizi segreti e nonostante spesso si siano trovati a devastare la città alla presenza di inerti membri delle forze dell’ordine.

Quanto ai processi, non si possono approfondire in questa sede. Ci si limita a ricordare, per sommi capi, che essi hanno riguardato principalmente i seguenti aspetti:

a. Quelli sugli scontri che hanno sconvolto la città (250 persone arrestate tra cui nessun black bloc, quasi tutte scagionate);

b. Quelli riguardanti le denunce dei manifestanti per i soprusi a Bolzaneto, conclusi il 14 giugno 2013 con la sentenza della Corte di Cassazione che, pur sottolineando la gravità dei fatti, tali da avere comportato una sostanziale gravissima sospensione dello stesso Stato di diritto, ha in parte confermato la sentenza di appello emettendo 7 condanne, 4 assoluzioni;

c. Quelli sull’incursione alla scuola Diaz, che vedono coinvolto anche il Capo della Polizia De Gennaro. Nessun dirigente di polizia, compresi coloro che sono stati accusati di aver prodotto prove false a giustificazione del blitz, ha scontato un giorno di carcere, beneficiando tra l’altro di prescrizione ed indulto, mentre De Gennaro dopo essere stato Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio durante il Governo Monti è passato a capo dell’Azienda Leonardo (ex Finmeccanica). Nel frattempo, il 10 dicembre 2012, l’ex questore di Genova Francesco Colucci è stato però condannato a due anni e otto mesi per falsa testimonianza in favore di De Gennaro. Tra i 25 condannati nella sentenza definitiva del 2012, coinvolti in tutta la catena di comando, alcuni hanno fatto carriera: tra questi, l’uomo che ha piazzato le molotov nella scuola Diaz, dal 2017 promosso a comandante del centro operativo della Polstrada di Roma[33]. Da ultimo, proprio pochi giorni fa, la Corte di Strasburgo ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da alcuni poliziotti che erano stati condannati per l’irruzione alla scuola.[34]

d. Inoltre ci sono cause individuali di manifestanti picchiati dalla polizia che sono riusciti ad essere risarciti.

Questioni aperte: reato di tortura e codice identificativo.

Risulta rilevante ricordare il ricorso di Arnaldo Cestaro alla Corte europea dei diritti dell’uomo, poiché i giudici hanno condannato l’Italia al risarcimento[35] non solo per i fatti specifici, ma anche perché non era stata promulgata alcuna legge sulla tortura, consentendo ai responsabili del pestaggio di non essere sanzionati per quel tipo di reato. La lacuna nel nostro ordinamento è stata colmata, almeno in parte, nel 2017 (Legge n. 110), benché sussistano ancora delle problematiche[36].

Quanto alla impossibilità di sanzionare i singoli in quanto non identificabili, pur a fronte di una condotta dichiarata palesemente contraria alla legge, permane la questione dei codici identificativi degli agenti, che vede l’Italia in coda tra i Paesi europei[37]. A dimostrazione del problema, si riporta un passaggio della sentenza di primo grado dei fatti di Bolzaneto: “Purtroppo, il limite del presente processo è rappresentato dal fatto che, quantunque ciò sia avvenuto non per incompletezza nell’indagine, che è stata, invece, lunga, laboriosa e attenta da parte dell’ufficio del P.M., ma per difficoltà oggettive (non ultima delle quali, come ha evidenziato la Pubblica Accusa, la scarsa collaborazione delle Forze di Polizia, originata, forse, da un malinteso “spirito di corpo”) la maggior parte di coloro che si sono resi direttamente responsabili delle vessazioni risultate provate in dibattimento è rimasta ignota”.

Evoluzione dei movimenti

Si può dire che un movimento che era nato alla sinistra delle sinistre di governo (di Clinton, Blair, Prodi, Schröder, eccetera) abbia finito per ingrossare le file nelle formazioni cosiddette sovraniste? Almeno in parte, probabilmente, sì.

Di certo le formazioni politiche di sinistra non sembrano aver intercettato quelle istanze. Guardando a casa nostra, probabilmente tra coloro che hanno cercato di farne proprie almeno una parte c’era il Movimento Cinque Stelle degli inizi (ricordiamo che le cinque stelle stanno per: acqua pubblica, trasporti e mobilità sostenibile, sviluppo, connettività e ambiente).

Ciò che sembra stia accadendo è però un appropriamento da parte della destra di alcuni temi, con una differenza significativa: la globalizzazione cui si opponevano i manifestanti del 2001 si riferiva principalmente a processi che fanno l’interesse delle aziende negli scambi commerciali internazionali. L’antiglobalismo ha confini più aperti, concerne ad esempio il timore verso la mescolanza di culture e la paura dello straniero, può avere tratti razzisti e presenta visioni su cui può basarsi anche il consenso di politici “sovranisti” quali Trump. L’antiglobalismo ha pertanto avuto successo laddove l’antiglobalizzazione ha fallito.

Il problema dei movimenti anti-globalizzazione è che a volte è chiaro a cosa sono contrari, ma meno come vorrebbero risolvere i problemi. In mancanza di ciò l’antiglobalismo continuerà ad avere la meglio.

D’altro canto va ricordato come quei movimenti del 2001, su certi temi, potevano dirsi avanti rispetto all’agenda politica che ci sarebbe stata. Si pensi ai tentativi di accelerare (con poco successo) su uno sviluppo sostenibile o la promessa, nell’ultimo G20, di fissare una tassazione al 15% per le multinazionali[38]. Poco, si dirà, ma meglio di niente. L’idea della Tobin tax (“un’imposta estremamente limitata su ogni compravendita di valute, che non avrebbe impatti sulle normali operazioni di import-export, ma che diventerebbe via via più pesante per chi realizza molte transazioni in tempi brevi per guadagnare su piccole oscillazioni dei prezzi”) era in effetti del 2001[39].

Cacciari sostiene addirittura che parte di quei temi ecologisti, quali la sostenibilità, siano diventati “un fattore fondamentale del salto tecnologico”, che “le imprese guida del capitalismo globale (…) sono le prime a esigere una politica rigorosamente ecologista” e che “quelle che tradiscono tale missione vanno soppresse”[40]. È un punto di vista ottimistico su cui però mantengo le mie riserve pensando ad esempio, solo per dirne una, alla politica degli sprechi di Amazon[41].

Quanto ai movimenti globali, da allora, nei fatti, non ce ne sono più stati fino alle recenti esperienze dei Friday for future e del Black live matters, a tutela dell’ambiente e contro il razzismo, a loro volta, per altro verso, criticati da alcuni o perché talvolta sono sfociati nella violenza (in particolare il Blm) o perché, nel momento in cui un movimento viene appoggiato dal “potere”, può di conseguenza perdere di incisività.

Fonte: Repubblica

Ha scritto Lorenzo Guadagnucci nell’introduzione al libro “Abbiamo ragione da vent’anni”: “Oggi paghiamo tutti – anche gli avversari di allora – la mancata considerazione delle buone ragioni di un movimento che forse era in anticipo rispetto ai tempi della politica, ma non rispetto ai tempi della storia. Il crac finanziario del 2007-2008, le nuove inutili guerre, il collasso climatico e anche la crisi dei sistemi sanitari furono ampiamente annunciati nelle giornate di Genova”.

Mentre in passato hanno dimostrato di esistere, ora i movimenti devono individuare le idee centrali che attraversano le frontiere e organizzarsi su questa base[42], evitare di sacrificare la giustizia globale sull’altare del pacifismo[43] e proporre, pertanto, ricette rispetto a temi quali quello dell’ambiente (compresi agricoltura, allevamento e pesca sostenibili) e delle disuguaglianze (nei Paesi e tra i Paesi, compreso ovviamente il tema delle migrazioni), senza dimenticare che i primi passi per i cambiamenti si possono compiere nella vita quotidiana di ognuno: fare la spesa è già un importantissimo atto politico.

In conclusione, a proposito delle critiche di “utopia” imputate ai movimenti, mi piace concludere con un pensiero di Olivetti: “Se mi posso permettere, spesso il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità o coraggio di fare. Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia a lavorarci. E allora può diventare qualcosa di infinitamente più grande”[44].


[1] Zerocalcare, La nostra storia alla sbarra, 2004, in Internazionale extra, n. 15 del 7 luglio 2021, pagg. 121 ss.

[2] “Gabrielli, ‘G8 di Genova fu una catastrofe, al posto di De Gennaro mi sarei dimesso’ ”, http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/genova-g8-capo-polizia-gabrielli-fu-catastrofe-76f73d32-2b34-48d2-91dc-a14a321a48e9.html , 19 luglio 2017.

[3] Qui due contributi video del signor Arnaldo: https://www.youtube.com/watch?v=XcdmiOpzkmU e https://www.youtube.com/watch?v=QmDNiwEgaDg; inoltre, cfr. Genova per tutti, podcast, https://www.raiplayradio.it/articoli/2021/06/Genova-per-tutti-Vent-anni-dopo-il-G8-1166e8e0-3aa6-4f4d-a106-0e0d9a0da4ae.html, ep. 4 (“Genova in fiamme”).

[4] Genova per tutti, cit., ep. 4 (“Genova in fiamme”).

[5] Parole sempre dell’ex vicequestore Angela Burlando, Blu notte, circa dal minuto 1h10’, https://www.youtube.com/watch?v=06bVnVcOfvg&t=1354s

[6] La sassarese Rita Sieni: «Massacrata e umiliata, il G8 è la mia ferita aperta», su https://www.lanuovasardegna.it/regione/2021/07/14/news/massacrata-e-umiliata-il-g8-e-la-mia-ferita-aperta-1.40499472

[7] Nick Davies, Ferite ancora aperte, The Guardian, 17 luglio 2008, in Internazionale extra, n. 15 del 7 luglio 2021, pagg. 94 ss.

[8] Le parole sono di Susan George e in realtà non mi convince appieno quando dice che fosse il primo: penso ad esempio alle proteste negli USA ai tempi della guerra in Vietnam.  Nella beat generation abbiamo dei richiami quali il seguente: “Aiuteremo a modificare le leggi che governavano i cosiddetti paesi civili di oggi: leggi che hanno coperto la Terra di polizia segreta, campi di concentramento, oppressione, schiavitù, guerra, morte” (Allen Ginsberg)

[9] Internazionale, podcast “Limoni”, su https://www.internazionale.it/notizie/2021/06/10/limoni-podcast-g8-genova , primo episodio.

[10] Noreena Hertz, Sono dalla loro parte ma fino a un certo punto, The Washington Post (Stati Uniti), 29 luglio 2001, in Internazionale extra, n. 15 del 7 luglio 2021, pagg. 71 ss.

[11] D. Hankox, Un mondo inondato di marchi, The Guardian (Regno Unito), 11 agosto 2019, in Internazionale extra, n. 15 del 7 luglio 2021, pagg. 110 ss.

[12] D. Hankox, cit.

[13] Qui i firmatari: https://web.archive.org/web/20011021054121/http://www.genoa-g8.org/adesioni1.htm

[14] La parola al black bloc, Alternet (Stati Uniti) in Internazionale extra, n. 15 del 7 luglio 2021, pagg. 68 ss.

[15] Francis Dupis-Dèri, La protesta non si ferma, The conversation (Australia), 23 agosto 2017, in Internazionale extra, n. 15 del 7 luglio 2021, pagg. 104 ss.

[16] Genova per tutti, podcast, cit., minuto 14 circa del terzo episodio (“A Genova tutti”).

[17] Limoni, podcast, https://www.internazionale.it/notizie/2021/06/10/limoni-podcast-g8-genova , dal minuto 12 del quarto episodio (“La battaglia”)

[18] Limoni, podcast, cit., quarto episodio (“La battaglia”): a partire dal minuto 17’50” si può ascoltare Pasquale Zazzaro, responsabile della centrale operativo, disperarsi per la carica non autorizzata.

[19] Genova per tutti , cit., minuto 22 circa del terzo episodio (“A Genova tutti”).

[20] Limoni, podcast, cit., intorno al min. 28 del quarto episodio (“La battaglia”).

[21] Lo dice bene anche N. Vendola, G8 Genova, 20 anni dopo. Le parole di Placanica e il peso di una catastrofe https://www.huffingtonpost.it/entry/tornare-a-genova-per-cercare-le-tracce-di-qualcosa-di-osceno-che-resiste-e-si-rinnova_it_60e6c0e3e4b0f9cbbfd7d30b

[22] Sulle incongruenze della ricostruzione dei giudici, si veda la ricostruzione in Blu Notte, circa da 1h39’40”, https://www.youtube.com/watch?v=06bVnVcOfvg&t=1354s

[23] https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Giuliani

[24] Limoni, podcast, cit., intorno al min. 8 del quinto episodio (“Diaz”).

[25] Blu Notte, più o meno a partire all’incirca dal minuto 1h00’, https://www.youtube.com/watch?v=06bVnVcOfvg&t=1354s

[26] A parlare è l’ex vicequestore aggiunto Angela Burlando in Blu Notte, 1h27’40”, https://www.youtube.com/watch?v=06bVnVcOfvg&t=1354s

[27] A Genova tutti, cit., minuto 11 circa dell’ep. 5 (“Tirare le fila”).

[28] A Genova tutti, cit., la diretta di allora intorno al minuto 18’,30” dell’ep. 4.

[29] Genova per tutti, cit., minuto ep. 5,

[30] Genova per tutti , cit., dove Alfonso Sabella parla del piano dal minuto 15 in poi dell’ep. 2 (“Il piano”).

[31] http://notes9.senato.it/W3/Lavori.NSF/vwRisRic/E4FD04D1016314CCC1256ACA004B67BA?openDocument

[32] https://www.corriere.it/politica/07_ottobre_30/commissione_inchiesta_g8.shtml

[33] C. Gubitosi, La speranza di un mondo più giusto, la “macelleria messicana”, la sospensione della democrazia: il G8 di Genova spiegato a chi ha oggi 20 anni, Valigia Blu,

[34] https://www.ilsole24ore.com/art/g8-genova-corte-strasburgo-inammissibile-ricorso-poliziotti-AEldihX?refresh_ce=1

[35] La Corte dei Conti nel 2019 ha poi condannato 24 appartenenti alle forze di polizia a rifondere le spese legali ai Ministeri della Giustizia e dell’Interno.

[36] cfr., tra i vari contributi,  https://www.diritto.it/la-codificazione-del-reato-di-tortura-nellordinamento-penale-italiano/ e https://www.amnesty.it/introduzione-del-reato-tortura-italia-le-domande-frequenti/

[37] https://www.osservatoriodiritti.it/2019/06/13/forze-dellordine-codici-identificativi/

[38] https://www.ilsole24ore.com/art/g20-accordo-fisco-globale-faro-varianti-AEbJZ9V

[39] L. Martinelli, G8 / Genova: il primo movimento di massa della storia che non chiedeva niente per sé, voleva solo giustizia per il mondo intero https://www.valigiablu.it/g8-genova-movimento-dei movimenti/?fbclid=IwAR3hHbwu_w3RYJSzCGcD6cE4hQHYRgd32yCGKY5KTJ9wIiNlQNGSbwMM9Js

[40] M. Cacciari, Perché i no global hanno perso, L’Espresso, n. 28, anno LXVII, 4 luglio 2021, pagg. 22 ss.

[41] P. Marx, Amazon è il simbolo dello spreco capitalista, Tribune, Regno Unito, 10 luglio 2021, https://www.internazionale.it/opinione/paris-marx/2021/07/10/amazon-spreco-capitalismo

[42] N. Klein, in una intervista del 2000, riportata in Internazionale extra, n. 15 del 7 luglio 2021, pag. 8.

[43] B. Garson, Alternative necessarie, ZNet (Stati Uniti), 11 ottobre 2001, in Internazionale extra, n. 15 del 7 luglio 2021, pagg. 91 ss.

[44] A. Olivetti cit. in V.M. Manfredi e F.E. Manfredi, Come Roma insegna, Libreria Pienogiorno, 2021,ultima pagina,


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