La risoluzione 2019/2819: l’Unione Europea e la “memoria condivisa”

di Valerio Iannitti

Una risoluzione del parlamento europeo del 19/09/2019 sulla “importanza di una memoria europea per il futuro europeo”[1] mira a condannare ogni forma di totalitarismo, arrivando ad ipotizzare l’istituzione di una giornata per le vittime del “totalitarismo nazista e comunista”, il 25 maggio, e ritenendo il “Patto Molotov-Ribentropp” la causa scatenante della Seconda guerra mondiale. Il testo, tra l’altro, esprime “inquietudine per l’uso continuato di simboli di regimi totalitari nella sfera pubblica e a fini commerciali e ricorda che alcuni Paesi europei hanno vietato l’uso di simboli sia nazisti che comunisti”. Ancora, il Parlamento “condanna con la massima fermezza gli atti di aggressione, i crimini contro l’umanità e le massicce violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime nazista, da quello comunista e da altri regimi totalitari” [2].

La risoluzione è stata votata anche da gran parte dei membri del Partito Democratico e dal gruppo dei Socialisti e democratici di cui fa parte. Il Movimento 5 Stelle si è astenuto.

Come prevedibile, sono succedute polemiche. Si può tentare dunque un rapido ripasso di storia, inevitabilmente semplificatorio, fino ad arrivare all’attualità, senza tralasciare il contributo, spesso profetico, di importanti autori di fantapolitica.

Viviamo un mondo che è in buona parte figlio degli esiti di quel conflitto: un catastrofico periodo storico iniziato nel settembre del 1939 e terminato dopo circa sei anni con lo sgancio di due bombe atomiche da parte degli Stati Uniti sul suolo giapponese. A seconda dei possibili esiti che la guerra avrebbe potuto avere, sarebbe stato possibile ritrovarci in uno scenario come quello immaginato da Philip Dick nel suo romanzo ucronico “La svastica sul sole”, dove si ipotizza che i vincitori dalla guerra fossero state le potenze dell’Asse (e dove il contributo italiano viene previsto, comunque, ampiamente minoritario rispetto a quello di Germania e Giappone); oppure sarebbe potuto accadere che ad uscirne sarebbe stato un mondo sovietizzato, magari alla stregua dell’orwelliano “1984”, dove “tutti gli uomini sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri”, questi ultimi finendo, di fatto, nel ruolo dei maiali che ne “La fattoria degli animali” fanno il verso alla nomenklatura staliniana; o che a vincere sarebbero state le nazioni democratiche. Come sappiamo, ciò che è accaduto è che ad avere la meglio sono state queste ultime insieme all’Unione sovietica e da lì è iniziata quella nuova epoca di tensione ribattezzata “guerra fredda”, con due blocchi contrapposti, una facente capo agli Stati Uniti e alla NATO e l’altra all’URSS e al Patto di Varsavia, con alcuni Paesi che hanno poi tentato di non allinearsi con l’idea di sfuggire ai tentacoli di entrambe le parti (si pensi alla Jugoslavia o agli Stati del Medio Oriente governati dal partito Baʿth: Tito e Nasser sono stati tra i promotori di questo movimento che conta, ancora oggi, circa 120 Paesi). Un’epoca dominata dal terrore verso l’arma nucleare che ha vissuto i suoi tredici giorni più drammatici con la crisi missilistica di Cuba nell’ottobre del 1962.

 Nel 1989 la caduta del Muro di Berlino e il dissolvimento dell’URSS sembravano lasciar trapelare un mondo a guida USA, anche se la Russia si sarebbe di lì a poco riaffacciata con forza a contendere il potere ai rivali storici ed altre potenze, Cina in primis, sarebbero emerse a dettar legge nel contesto globale mentre un’altra ideologia si imponeva all’attenzione globale, ossia quella dell’estremismo islamico nelle sue varie forme anche di matrice terroristica.

Nel frattempo, a decorrere dal dopoguerra, i Paesi europei (per primi Italia, Germania, Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo) si sono impegnati a collaborare sul piano economico e politico e ad evitare guerre sul proprio suolo, dando vita nel 1957 alla Comunità Economica Europea che fu il pavimento su cui costruire le mura di una Unione Europea che conta ad oggi – dopo gli allargamenti ad est dei primi anni del nuovo millennio – 28 Stati.

Non è la sede per sviscerare come e perché l’Europa contemporanea sembri tradire i sogni riposti nel Manifesto di Ventotene da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni. Ai fini di una valutazione del merito della risoluzione del Parlamento Europeo vale però la pena ricordare come i Paesi del centro e dell’est (quelli del “gruppo Visegrad”, le Repubbliche baltiche, la Romania, la Bulgaria, la Germania dell’Est) siano reduci da un recente trascorso all’interno del Patto di Varsavia, vivendo anche momenti altamente drammatici come l’Ungheria nel 1956 e la Cecoslovacchia nel 1968 e abbiano potuto conoscere gli orrori prodotti dallo stalinismo e dai regimi ad esso affini (eventi in cui il Partito Comunista Italiano si è spesso diviso, ma restando comunque in gran parte al fianco della “Madre Russia”, salvo fare in molti casi mea culpa solo decenni dopo).

In questi Paesi il comunismo è stato sinonimo di stalinismo, di gulag, di purghe, di spionaggio anche all’interno di contesti familiari, di assenza di libertà.

Nell’Europa occidentale siamo stati alla fine i più fortunati: a trionfare è stata la democrazia, la quale è sì “la peggior forma di governo possibile”, ma solo “eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora” (Winston Churchill): insomma, non abbiamo ancora trovato di meglio. Ma qui viene il punto: democrazie come la nostra non sarebbero probabilmente esistite in assenza della battaglia di Stalingrado: sono state rese possibili, infatti, anche grazie al sacrificio di milioni di sovietici. Nel film “La vita è bella”, ambientato in un campo di concentramento non definito ma che nell’immaginario collettivo viene facilmente identificato con Aushwitz, il carro armato che libera il campo è statunitense; ma nella realtà dei fatti, su quello e molti altri campi la bandiera che sventolava era quella affissa dall’Armata rossa. La matrice comunista è stata fondamentale durante la Resistenza grazie alle operazioni dei partigiani che spesso facevano riferimento al Partito comunista (affiancati dagli azionisti e da esponenti di altre forze politiche quali cattolici, socialisti, liberali e monarchici, tra i quali non di rado vi fu dissenso sulle scelte operative). Di conseguenza la componente di origine comunista, insieme a quella socialista e a quella cattolica, ha dato vita alla Costituzione tutt’ora in vigore, rendendo possibili disposizioni fondamentali ispirate ai principi di solidarietà ed eguaglianza, di diritto alla salute e all’istruzione gratuite, e altre ancora. Innegabilmente, la crescita economica è stata poi resa possibile soprattutto grazie a quel piano Marshall che ha anche creato un inevitabile cordone ombelicale con quella che ancora oggi è la prima potenza mondiale.

Campo di lavoro correttivo Yagrinsky, nei pressi di Severodvinsk

La risoluzione in argomento appare fondata su premesse errate già a partire dall’imputazione in capo al “Patto Molotov-Ribentropp” dell’avvio del conflitto. Non va sottaciuto, innanzitutto, quanto l’avvento di Hitler sia stato facilitato dalle impietose condizioni imposte alla Germania dal Trattato di Versailles e dalla travagliata vita della Repubblica di Weimar. Avuti i pieni poteri nel 1934, Hitler ha potuto via via incrementare la sua politica estera estremamente aggressiva. Quell’alleanza che porta il nome dei due ministri degli esteri, pertanto, deve essere contestualizzata: Stalin prima cercò senza successo l’aiuto di Francia ed Inghilterra anche per difendere la Polonia e poi – anche a causa del corposo contemporaneo impegno in una guerra mai dichiarata con il Giappone che si era spinto in Cina fin al confine mongolo – finì per siglare un Patto che potrebbe apparire, a una prima superficiale lettura, ingiustificabile[3].

Nel frattempo, nel 1938, con il Patto di Monaco francesi e inglesi legittimarono l’invasione tedesca dei Sudeti, sacrificando la Cecoslovacchia. Fu in quell’occasione che Churchill profferì le parole rimaste tristemente famose e profetiche: “Potevano scegliere fra il disonore e la guerra: hanno scelto il disonore e avranno la guerra”.

Insomma, Stalin a quanto pare siglò quel Patto dopo aver ripetutamente e senza successo interpellato la Francia e l’Inghilterra, per cui il reiterato riferimento della risoluzione a quel Patto appare destoricizzato.

Resta da comprendere l’assimilazione tra diversi totalitarismi. Sull’argomento sono stati scritte vaste quantità di tomi (si pensi, tra i tanti, agli scritti di Hannah Arendt), ma il punto di discordia non è questo: appare, infatti, più che condivisibile la condanna di ogni totalitarismo. La risoluzione lascia però trapelare anche l’uguaglianza tra nazismo e comunismo sembrando identificare il secondo con lo stalinismo: ciò non sembra intellettualmente onesto e storicamente esatto poiché mentre il nazismo nasce con Hitler e le sue folli idee di superiorità ariana, spazio vitale, eugenetica, antisemitismo, razzismo e quant’altro, la filosofia comunista nasce con Marx ed Engels volendo emancipare il proletariato dalle logiche del profitto. I fatti dicono che molto spesso tale ideologia ha dato vita a totalitarismi a volte estremamente spietati e crudeli (si pensi, oltre allo stalinismo – i cui crimini, è bene ricordare, furono condannati già a partire dal 1956, con la relazione di  Krusciov al XX congresso del PCUS – e senza pretese di esaustività, alla terribile tirannia dei khmer rossi di Pol Pot nella seconda metà degli anni Settanta o alla necrocrazia nordocoreana che ancora oggi inneggia al suo primo leader Kim-Il Sung), mentre altre volte, pur sotto un cappello comunista è fiorito uno dei sistemi capitalistici più feroci al mondo (si pensi alla Cina dopo le aperture di Deng Xiaoping e fino ai giorni nostri). Epperò il comunismo ha avuto anche altri volti: è stato Antonio Gramsci e Giuseppe Di Vittorio, Rosa Luxemberg, Ernesto Che Guevara, Salvador Allende, Pablo Neruda, Thomas Sankara e tantissimi altri che a vario titolo e con diversi esiti si sono battuti per i diritti degli oppressi. Quale comunismo stiamo condannando?

Inoltre, una considerazione deve essere proposta anche con riferimento ai rapporti con la Russia: non vuole essere questa, per caso, anche una mossa propagandistica in funzione antirussa? Su questo aspetto si ripropongono due punti della risoluzione. Il Parlamento europeo, infatti “sostiene che la Russia rimane la più grande vittima del totalitarismo comunista e che il suo sviluppo in uno Stato democratico continuerà a essere ostacolato fintantoché il governo, l’élite politica e la propaganda politica continueranno a insabbiare i crimini del regime comunista e ad esaltare il regime totalitario sovietico; invita pertanto la società russa a confrontarsi con il suo tragico passato” e, inoltre “è profondamente preoccupato per gli sforzi dell’attuale leadership russa volti a distorcere i fatti storici e a insabbiare i crimini commessi dal regime totalitario sovietico; considera tali sforzi una componente pericolosa della guerra di informazione condotta contro l’Europa democratica allo scopo di dividere l’Europa e invita pertanto la Commissione a contrastare risolutamente tali sforzi”. Affermazioni quali quelle appena citate sembrano, per la verità, sconfinare dall’ambito geografico sul quale il Parlamento europeo esercita la propria attività.

Ancora, il riferimento ai simboli, che lascia intendere una possibile futura messa al bando della “falce e martello”, non sembra da accogliere con particolare favore. E se a breve tali simboli diventassero soggetti a censura? Se fossero equiparati alla svastica? Se, in un periodo di revisionismi storici come l’attuale, fosse la scusa per arrivare a negare financo simboli della Resistenza su cui si fonda la nostra democrazia? O, ancora – ma qui andrebbe approfondita la tematica dell’enorme potere politico in capo ad aziende private – se i principali social network ne oscurassero i contenuti così come fatto di recente per pagine neofasciste quali quelle di Forza Nuova e Casa Pound, accusate di diffondere odio? I rischi non vanno trascurati.

Kruscev

L’eguaglianza comunismo=stalinismo appare ardita: cosa dire allora delle violente concretizzazioni in cui si sono manifestati credi religiosi pur basati su testi che affermano principi di fratellanza e uguaglianza? Cosa dire dei morti delle “guerre umanitarie” o delle “esportazioni di democrazia” condotte dalle democrazie nostrane? Da basi ideologiche e valoriali nobili o comunque legittime possono scatenarsi mostri. Da idee mostruose sicuramente viene fuori qualcosa spaventoso.

Si può rispondere che i Paesi dell’est hanno avuto a che fare per anni con tirannie spietate: in tutta l’Europa centro-orientale l’eguaglianza comunismo-totalitarismo è stata realtà. La loro coesistenza nell’Unione, ai fini di una memoria condivisa di tutta l’Europa, abbisogna di questa uguaglianza tra tutti i totalitarismi, comportando l’equiparazione del comunismo con lo stalinismo.

Su tale aspetto viene in mente un altro romanzo distopico: Aldous Huxley quasi un secolo fa ipotizzava, ne “Il mondo nuovo”, una situazione futura diversa da quella di Orwell: non guerra perenne come in “1984”, ma una pace in un mondo reduce da una recente guerra di cui oramai nessuno conosceva più le ragioni scatenanti. Una pace senza ricordarsi del passato.

Ma una pace a questo prezzo non rischia di esporsi, per ciò stesso, a pericoli che finiscano per minarne le stesse basi?

Non rischia di essere, questa risoluzione, l’ennesimo colpo basso di una Unione Europea omologata sul pensiero unico del liberismo? Non fa rigirare nella tomba, di nuovo, il povero Altiero Spinelli? E non è sorprendente quanto poco se ne sia discusso all’interno del più importante partito progressista italiano e quanto poco ne abbiano parlato anche testate giornalistiche vicine alla sinistra?

Oppure, invece, una memoria condivisa, ancorché corta e parzialmente distorta, non potrà che giovare al futuro di un’Unione resa coesa al proprio interno da imprescindibili cardini comuni?

Sebbene l’equiparazione tra nazismo e stalinismo e le intenzioni di condannare ogni totalitarismo siano sacrosante (per quanto non si sembra tenere bene a mente la diversità tra i due regimi concentrazionari), la risoluzione appare complessivamente superficiale e fondata in parte su un’operazione di revisionismo storico.


[1] http://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-9-2019-0021_IT.html.

[2] Ibidem.

[3] Sul punto, tra i tanti, anche il Prof. Barbero https://www.youtube.com/watch?v=lggsTScqcsY

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