L’Europa nello scenario mondiale

L’importanza di far parte di una comunità ci aiuta a tenere sempre chiaro da dove veniamo, ma soprattutto dove vogliamo andare. E come.

Non solo Erasmus. Servirebbero numerose pagine per descrivere i vantaggi (pace duratura, libertà di movimento, tutela della concorrenza, sviluppo delle regioni…) che ricaviamo dall’appartenenza all’Unione Europea, così come occorrerebbero molte righe per illustrarne i limiti, le distorsioni ed i margini di miglioramento (deficit democratico, comunicazione poco efficace, diffidenza reciproca dei Paesi…). Indiscusso, tuttavia, è il ruolo che essa gioca sullo scenario mondiale.

Partiamo da una premessa. Nei prossimi decenni il peso economico, militare e sociale dell’Europa sulla scena mondiale rischia di diminuire sensibilmente a causa dei cambiamenti demografici: oggi noi europei rappresentiamo l’8 % della popolazione mondiale; nel 2050 saremo solo il 5 %. «Il mondo sta diventando più grande, e noi stiamo diventando più piccoli»[1], con conseguente invecchiamento della popolazione e carenza di forza lavoro.

Tra le sfide principali, ci sono senza dubbio quelle lanciate dal terrorismo e dalla criminalità organizzata, due mostri che si muovono a livello transnazionale e che spesso vedono polizia e magistratura con le armi spuntate. Da qui l’Unione promuove una stretta collaborazione tra i suoi membri per strozzare i canali che alimentano questi fenomeni: dal riciclaggio all’acquisto e la detenzione di armi da fuoco, dalla radicalizzazione al controllo dei passeggeri di voli aerei, dalla banca dati del Sistema d’informazione Schengen (SIS) alla all’Europol.

L’UE è il primo donatore di aiuti umanitari a livello mondiale ed interviene attivamente contro la povertà nel mondo. Somalia, Iraq, Siria; l’UE è spesso presente con il suo sostegno, nelle situazioni di gravi crisi, calamità, conflitti armati, terremoti, epidemie o attentati terroristici. La percentuale maggiore dei fondi (circa il 40 %) è destinata all’acquisto di generi alimentari, ma il denaro viene impiegato anche per garantire assistenza medica, acqua potabile e servizi igienico-sanitari, fornire tende e alloggi e provvedere alla continuità scolastica in situazioni d’emergenza[2].

In quest’ottica, risulta di fondamentale importanza un’attenta e lungimirante politica europea di vicinato, che miri a promuovere la democrazia, le riforme economiche e la sicurezza lungo le frontiere esterne dell’UE, nonché ad arginare la migrazione irregolare e contrastare il traffico di esseri umani e il terrorismo. Sono coinvolti Paesi che vanno dall’Europa orientale al Caucaso, dal Nord Africa al Medio Oriente.

Politica di vicinato è anche quella che comprende un’attenzione particolare alla tratta migratoria del sud del Mediterraneo. Negli anni, milioni di persone hanno tentato la tragica traversata, tant’è che l’UE ha istituito un’apposita agenzia per la vigilanza delle frontiere e il salvataggio in mare (Frontex), poi diventata Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera e dotata di ingenti mezzi operativi ed economici. Dal 2015 i mezzi e le risorse per le operazioni marittime dell’UE sono stati triplicati e sono state eseguite le operazioni congiunte Poseidon, Triton e Sophia.

La madre delle sfide, tuttavia, resta quella di affrontare alla radice le cause della migrazione. L’Unione europea ha istituito un Fondo fiduciario di emergenza per l’Africa per promuovere lo sviluppo e la sicurezza nelle regioni particolarmente colpite dal fenomeno migratorio. Grazie ai nuovi partenariati sulla migrazione, al coinvolgimento del settore privato, ad agevolazioni commerciali e a nuovi piani di investimento, l’UE vuole convincere i paesi di origine e di transito a collaborare tramite una combinazione di incentivi positivi e negativi, in modo che il minor numero possibile di persone lasci il proprio paese, i migranti siano accolti nei paesi di transito e un maggior numero di migranti senza diritto di asilo possa essere rimpatriato nel paese d’origine[3].

L’integrazione in politica estera fra istituzioni e Stati membri dell’Unione è insufficiente, trattandosi di una materia nella quale gli Stati sono tradizionalmente restii a devolvere le proprie prerogative sovrane. Tuttavia, la presidenza Trump e la Brexit, più che una minaccia, sembrano essere un’opportunità per un nuovo slancio dell’integrazione politica dell’Ue, a maggior ragione se si riuscisse a mettere in discussione il “monopolio” dell’asse franco-tedesco e alcune discutibili strategie della Comunità internazionale.

Quello che l’UE sarà all’esterno dipenderà, in gran parte, da cosa deciderà al suo interno. Da questo punto di vista le elezioni europee del prossimo 26 maggio rappresentano qualcosa di un po’ più grande e importante del semplice scegliere i nostri parlamentari. Si formerà un’idea di Europa che sarà idea di mondo.


[1] Così il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker nel suo discorso sullo stato dell’Unione 2016.

[2] In qualità di principale partner commerciale dei paesi in via di sviluppo, l’UE concede loro l’accesso al mercato europeo senza dazi. Si tratta di un incentivo per incoraggiare i governi di quei paesi ad adottare standard internazionali basati sul modello europeo, ad esempio in tema di diritti fondamentali o di diritti dei lavoratori.

[3] In questo modo in Niger il numero dei migranti che attraversano il deserto per recarsi in Libia è sceso dai 70.000 di maggio ai 1.500 di novembre 2016.

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