La verità, vi prego, sul turismo

di Simone di Biasio

Durante tutto l’anno mi affaccio sul litorale, d’inverno in particolare mi sincéro che stia bene. Qualche mese fa ho scavato nella sabbia. All’altezza del campeggio Holiday: Fondi, basso Lazio. Dal bagnasciuga emergeva una strana costruzione circolare, simile ad un pozzo. Con le mani riuscii a scavare pochissimo, ma tornai il giorno dopo attrezzato con vanga e guanti. In quella zona ci sono lavori in corso almeno da ottobre 2017; i 3 operai  mi guardavano un poco straniti, forse persino preoccupati. In spiaggia mi facevano compagnia due cani di piccola taglia, uno nero e un altro bianco, affaccendati a cercare cibo ancora edibile tra i detriti trasportati dal mare. Arrivato nei pressi della costruzione che avevo notato il giorno prima, cominciai a scavare. Sognavo già di avere scoperto un pozzo della villa di Augusto, forse distante un po’ troppo rispetto a Sant’Anastasia, ma non importava: mi sentivo zio Paperone nel Klondike nella corsa all’oro. L’entusiasmo si spense presto, o quantomeno dopo circa un’ora di scavo sotto un sole di marzo che s’era arroventato sulla capoccia ben più di quanto la stagione suggerisse. Ero riuscito a scavare circa un’ottantina di centimetri, ma il lavoro era diventato davvero impossibile per un pivello come me, un principiante che si crede l’Indiana Jones de Tumulito (segnatevi questi nomi).

Negli anni Novanta i miei nonni mi portavano al mare a Tumulito. Tumulito beach, si è sempre scherzato. La piazza era quella sabbia doratissima, il branco quelli che condividevano una tedesca –mica la bionda, la rossa, la palla rossa. A metà mattinata c’era la pizza rossa presa dal fornaio sotto casa: si partiva su un opel corsa grigia ogni mattina come per una vacanza, compressa però: non c’era la rottura di palle dei viaggi infiniti, delle code da infarto perché il mare di Fondi già non se lo cagava nessuno allora, bontà loro. La primissima castissima cotta fu per una ragazzina bionda e con gli occhi verdi che veniva lì a prendere il sole coi suoi genitori. Io avevo da qualche anno smaltito una panza di dimensioni notevoli, motivo per cui non azzardavo la benché minima iniziativa. Si esultava se alle 9 del mattino era “una tavola”, la imbandivamo: sono stato allevato dal mare. Un mare che non è quello aperto dei navigatori, piuttosto di chi se ne sta prevalentemente a riva, sotto un ombrellone, a mollo per combattere la calura, delle nonne che ci camminano coll’acqua fino al ginocchio per contrastare le vene varicose, di chi ci va a smaltire l’ira d’inverno, col maltempo, a recitare a memoria una poesia. Leggevo la serie de “Il battello al vapore” che in quegli anni davano con le Kinder Brioss, mi ricordo il titolo: “Il naso di Moriz”. L’estate seguente evolsi: mi erano venuti due palline di bicipiti al posto della ciccia, la pancia si era incredibilmente spalmata più equamente permettendomi di guadagnare centimetri in altezza, il busto che celavo di notte mi donò una postura “dritta come ‘n fuso”. A pallone in spiaggia una garanzia: sempre una pippa.

Era tra la seconda metà degli anni ‘90 e gli inizi del 2000, a Italia 1 davano il Festivalbar e io acquistavo i cd masterizzati a 5.000 lire dal vucumprà. Quel mare era sempre lo stesso, una fotografia Kodak che più perdeva in vivacità i colori e più assumeva tratti fantastici, sfumature epiche. La duna che salivamo prima di ridiscendere e piantare l’ombrellone giallo non era accessibile alla mia nonna paterna – buonanima. Con lei andavamo all’Olidèi; ci accompagnava nonno con la Uno verde mare e poi ci lasciava là, non gli piaceva arrostirsi sulla graticola della battigia. Le scene erano le stesse che a Tumulito. L’ombrellone forse arancione, non me lo ricordo, ma la spiaggia una lunga distesa senza alcuna geometria preordinata: ciascuno arrivava e piazzava la sua bandierina colorata, delimitava il perimetro della sua dimora estiva, si spartiva per qualche ora pre-prandiale quella stoffa di giardino edenico. Temporanee proprietà private con molti sconfinamenti, poche baruffe, stili da comune, mangiate agostano-luculliani. I chioschi erano chioschi: strutture scarsamente attrezzate, semifatiscenti, semitotalmenteabusive, ma il cucciolone Algida ce l’avevano, il Calippo per le battutacce pure, e soprattutto gli ultimissimi esemplari di jukeboxe con quel cantante de Latina, coso, Tiziano Ferro che chiamava “Paola, oh Paolaaa”. I chioschi devono essere così, sennò sono s.p.a.. Tumulito e Holiday ospitavano prevalentemente campeggi e Sperlonga era un posto lontanissimo, una Maldive che per arrivarci c’era il jet lag e poteva girarti la testa senza travelgum. Meglio questa terra di mezzo, questi 12 km di costa – che poi avrei scoperto d’Ulisse (ma Ulisse lo sa?) – schiacciati tra Terracina e il borgo sperlongano. Dalla piazza di cemento cittadina sono 9 km: abbastanza per sentirsene lontani, usarla come casa di vacanza in cui tornare a dilatare il tempo.

Per me Fondi ha sempre avuto il mare. E per dio, per dio santo, non ci fate arrivare il turismo. Quello di massa. Perché non lo sapete gestire e perché se volete davvero guadagnare da questo bene del padreterno lo dovete proteggere, non imbellire. Fermate tutto: il tempo la vista il fiato. Facciamo una cosa: un giorno di giugno diamoci appuntamento tutti per le 18 lungo questa lingua di terramossa; restiamo là schierati come un esercito che non tiene altre armi che lo sguardo, respiriamo, fotografiamo, non facciamo niente altro, poi torniamo a casa, ripetiamo il detto locale: “Lasciate il mondo come si trova”.

Vi prego, non pensate di far diventare questo posto un’altra Rimini perché sareste ridicoli. Non le voglio le sessantaquattro file precisissime che sembrano un giochetto Lego, con annessa palestra nel retro. Magari sulle industriali quantità di figa romagnole potremmo discutere – ma quello è un prodotto locale igp, tipo la piadina, io comunque il mare di Rimini non lo voglio manco se mi pagate, quell’acqua di merda che non ti vedi l’unghia del piede io non la cambio affatto per le mie 50 shadows of blue. Toh, quest’anno Terracina e Sperlonga hanno la bandiera blu, che carine! Tutto il mare che sta esattamente in mezzo è una immensa colata di fogna che però si ferma magicamente alle porte del borgo marinaro, guardando Napoli, e alle soglie della città in cui amava passeggiare Moro, guardando Roma. Non rompete più il cazzo con le bandiere blu. Non vi affannate a compilare i questionari per riceverle, a pagare “quote” per fare le richieste, pure se dalla regia mi dicono che proprio una società di servizi di Fondi ha permesso quest’anno a Terracina di averla… ma come?! E se non vi siete accorti del colore dell’acqua, forse è perché al mare andate più spesso a Sperlonga o a Gallipoli: jate, jate pure, d’estate però. Se ne sono accorti i romani, quelli che Terracina non la vogliono perché ci incontrano il vicino di casapound da cui erano scappati, ma la sera là un gelatino ci esce. Se ne sono accorti i tedeschi che vengono su questa sperla di Tirreno da generazioni, da 30 anni, e non si spiegano come sia possibile venire in Italia a costi così “normali” e senza sgomitare, in questa Italia qua di Circe, di Tiberio, di camorra e di Ulisse tutt’insieme, o più semplicemente di Ausoni e Aurunci che scivolano in acqua, di laghi, di promontori e isole, dune e selve ancora intatte. Ma io non lo so dire. O almeno non come lui, che proprio non posso non citare, e che forse qualcuno in questa prosa riconoscerà:

«Non si videro mai, se non in luoghi tropicali, piante così contrastanti nascere insieme da una stessa zolla, senza che l’una ceda all’altra in vigore, eppure somigliandosi ciascuna per la sua prepotenza, per la brusca simpatia che insieme le restringe come in un vivaio disordinato. Laggiù il cipresso fa da recinto all’arancio; la palma sconfina tra le capellature dei salici; l’ulivo si contorce attorno all’eucalipto; la vite si strappa dal ficodindia; e tra gli uni e gli altri stanno mescolati pioppi e querce, tutte le specie d’albero da frutto, la specie d’ogni verdura; e improvvise le pause dei campi di frumento e di solitari fraticelli, una radura bruciata ai margini d’un corso d’acqua. Le montagne brulle in catena da cui discende facendo conca la grande pianura sino al mare, sembrano aver ceduto a lei la loro capacità di verde e di fertile bravura; e quel verde è così costante nella sua distesa che un poco ne porta al lago, e gliene resta ancora da cedere al mare.»

Sì, se n’era accorto Libero de Libero che così descriveva la piana di Fondi nel romanzo “Amore e morte” (Garzanti, 1951). Nessuno ha appeso mai queste parole da qualche parte come una fiera bandiera. La migliore forma di sviluppo del territorio è la conoscenza del territorio stesso, il patrimonio è la presa di coscienza di essere una riserva naturale, di possedere una identità. Inutile fingere di essere qualche cosa che non siamo, ma soprattutto è  poco utile non rendersi conto di quello che già si è. Conosciamo a menadito i saliscendi di Lisbona, ma chi si è addentrato dentro il vulcano delle selve che prima dell’estate avvinghiano questo pezzo di litorale ancora a tratti rimasto inalterato? C’è una villa di epoca romana sotterrata non solo dove dio sa, ma dove la maggior parte di noi finge di non sapere. L’abusivismo si è mangiato l’anima, l’anima de (non continuo), ma è possibile non dico arretrare, magari contrastare, forse almeno non continuare. È il tempo, vi prego, di non farlo avanzare oltre. La gentrificazione in un posto come questo non sarà possibile, ma vi prego non permettete la “gentificazione”, masse inermi che si riversano sopra un lembo di terra/spiaggia che non può contenerne tutti e l’urtarsi/strusciarsi a vicenda provoca escoriazioni cutanee. È il tempo, questo di preservare. Siate preservativi, usatelo, il cervello. Io voglio ancora andare al mare all’Olidèi e a Tumulito, e ho scoperto che mentre il primo ha un significato facilmente traducibile dall’inglese, il secondo è ben più sedimentato dentro una lingua che pure è solo nostra. Voglio vedere ancora gli ombrelloni a strisce colorate piantati senza alcun ordine, non leggere cartelli coi divieti, accendere la sigaretta a quelli che vengono da Napoli per prendere le anguille al Pedemontano. Facciamocene una ragione: il mare, un litorale è di per sé un parco archeologico, chi amministra ha il dovere di metterlo in luce, curarlo. Chi non l’ha fatto non ha pagato, chi ora governa ha questa possibilità.

E facciamone una vera comunità: costruiamo una biblioteca di vetro, spazi di coworking da sfruttare pure d’inverno. Prima puliamo le tonnellate di mondezza post-stagionale, stiliamo un censimento di chi in quelle desolate lande paradisiache vive tutto l’anno in baracche, roulotte, scheletri di cemento, staniamo l’amianto su cui ha continuato a crescere macchia mediterranea: il turismo si fa risalendo agli scarichi abusivi, ma per i cittadini in primis, poi per i villeggianti; il mare lo vogliamo pulito noi. E se Ulisse torna, vuole trovare tutto come stava.

Ho impiegato quasi trent’anni – vogliate perdonare l’ignoranza – a scoprire che sotto il nome di Tumulito si nasconde un tumulo, una duna. Ma, appunto, ancora si nasconde. Quella costruzione che in principio provavo a scavare dovrebbe risalire alla II guerra mondiale, una trincea, torre d’avvistamento. E che vista: vista mare. Ancora bisogna proteggersi. Da chi con “turismo” si sciacqua la bocca perché è cool, tutti fanno turismo per la miseria, e vuoi che noi non lo possiamo fare? No, potremmo non farlo. Perché il turismo esiste già, si è sviluppato sopra la pancia delle nostre lentezze, in mezzo alle cosce delle nostre politiche. Non siamo riusciti a fare una cazzo di navetta – non mi dite che esiste, per favore, abbiate pietà – che inviti: “salite, vi portiamo da qui fino al centro storico, questo è tutto un unico grande paese, vi vogliamo accogliere perché voi avete accolto le nostre bellezze, le avete riconosciute, e noi vi offriamo un giro dai vicoli del mare a quelli del centro storico”. Cantando insieme: “Io credo che a questo mondo | Esista solo una grande terra | Che passa dal Lagolungo | E arriva fino a Torre Canneto | Passando da Selva Vetere | Attraverso il ponte Sant’Anastasia | (…) Quest’onda che va | Quest’onda che viene e che va”.

Nei 30 anni che ricordo non siamo mai riusciti a mettere su un programma di eventi estivi pensato congiuntamente con il “Salto di Fondi”. Si chiama pure “Salto di Fondi”, ma sto salto nessuno l’ha fatto. Ho visto con i miei occhi le fotocopie – le fotocopie, anno del Signore 2018 – dei programmi stagionali stampate in bianco e nero e appiccicate sulle bacheche delle strutture ricettive. Se non siamo stati in grado di fare turismo, non solo non c’è più tempo, ma dobbiamo fare in modo di guadagnare senza, in salvaguardia. Il turismo è un fenomeno che noi spesso non decidiamo, eppure in molte città del Sud Europa (compresa Venezia) stanno già ragionando su come porre un freno. I “visitatori spontanei” ci dicono che questi luoghi sono un patrimonio. Prendete la parola ricettività:  “Attitudine a ricevere impressioni attraverso uno stimolo esterno. In partic.: in filosofia, e spec. nel pensiero kantiano, la facoltà di ricevere rappresentazioni della realtà esterna al soggetto” (fonte: Treccani). O più semplicemente: la capacità di essere ricettivi, di ricevere, dunque accogliere e una persona ricettiva è una persona sveglia, curiosa, viva.

Sei anni fa chiesi a un poeta – un poeta vero – cosa ne pensasse di Sperlonga. “Ti è piaciuta?”. Era autunno. “Sì, sì, bella, però… però un po’ troppo laccata”. Laccata,  ecco, forse non avrei trovato aggettivo migliore. Un prodotto anni sessanta la lacca. Crediamo di stare avanti invece stiamo ancora alla lacca. Il turismo è un treno passato trent’anni fa, mò aggiorniamoci, per piacere.  

 

Foto di Simone di Biasio

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